BUONE NUOVE: FORIO UN PO’ PIU’ PULITA
Pubblicato da luciano
di Luciano Castaldi
D’accordo le mie sono soltanto “impressioni”, e può darsi benissimo che siano sbagliate, ma da quando a Forio è stata definitivamente recisa la “mano pubblica” dalla gestione del servizio di Nettezza Urbana le cose vanno decisamente migliorando.
Non ho “dati certi”, ma sono ancora dotato (merito degli occhiali…) di una discreta vista: se è vero che Forio non è ancora il “paradiso” che vorremmo e che bisogna ancora migliorare, è vero anche che, nonostante la continua “”emergenza” rifiuti in ambito regionale, essa è decisamente più pulita.
Resta, certo, l’ombra inquietante della discussa e discutibile procedura con cui si è affidato il servizio a una ditta del continente… ma se è per questo nemmeno con le defunte Pegaso e Torre Saracena, sono mancate irregolarità procedurali, violazioni di legge e tanta malafede. E, a dirla tutta, le così dette partecipate hanno (loro sì) dato vita a un sistema di potere similcamorristico contro nulla si poteva (e non si dica che in “origine” l’idea era un’altra… perché era proprio questo l’obiettivo di socialisti e democristiani prima dello scoppio di “Tangentopoli”, agli inizi degli anni ’90.).
Ora, sicuramente non fa piacere a nessuno sapere che per coprire i costi di questo servizio i foriani sono costretti a subire insopportabili aumenti di tasse e balzelli, ma almeno ora essi vedono un territorio più curato, pulito, civile. Ben più intollerabile, mi sembra, lo scandalo delle così dette strisce blu che rappresenta davvero un sistema perfetto per assicurare introiti a una casta di parassiti che “sguazzano” sulle spalle di chi la mattina si alza per andare a lavorare.
Archiviamo dunque con enorme soddisfazione anni e anni di gestione clientelare nel settore della munnezza … e attendiamo fiduciosi di seppellire l’altro bluff che “eccita” tanto i sinistri a pane e pomodoro: La Colombaia.
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Pubblicato da luciano
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SENTIRSI SBAGLIATI (E FORSE ESSERLO VERAMENTE).
Pubblicato da luciano
di Luciano Castaldi
Secondo il vocabolario italiano “Degrado” significa “deterioramento, specialmente in riferimento a fattori sociali, urbanistici, ecologici…”. Degrado vuol dire dunque decadenza generalizzata, servizi scadenti, arredo urbano inadeguato o fuori luogo, crisi dei meccanismi di socializzazione pubblica… e soprattutto mancanza di regole negli spazi pubblici. Se è così, allora non c’è dubbio: Forio è un paese degradato. Certo, non mancano alcuni esempi molto belli e positivi… ma, in generale, all’ombra del Torrione, prevale il negativo, la difficoltà di vivere e a volte persino di sopravvivere. Specie nel “pubblico”, ognuno fa quel che gli pare. Così sporcare le strade, parcheggiare selvaggiamente dove capita, dipingere a “capocchia” le facciate dei palazzi storici, fare “ammuina”, lasciare dove capita gli escrementi dei propri cani, occupare il suolo pubblico, fare i prepotenti… sono sintomi di una crisi profondissima. Cresce perciò il bisogno di sentire la presenza attiva e incisiva dell’autorità. Di “qualcuno” capace di assicurare il rispetto dell’ordine, delle leggi, del vivere civile.
Forio è un paese sempre più sporco, caotico, anarchico. I vigili “urbani” (anche qui invito a prestar attenzione all’etimo), che dovrebbero rappresentare la faccia più pulita e coerente dello Stato, sono invece spesso solo il volto di un potere panciuto, lento, ingordo, artificioso, parolaio, quasi “bizantino”, anzi “barocco” (termini ovviamente intesi nel senso deteriore del termine). Basti pensare agli inutili bolidi del parco auto in dotazione proprio al Corpo di P.M.… Se poi un cittadino sollecita il rispetto delle regole, rischia di pagare lui per tutti. È accaduto, l’altro giorno, a un commerciante di via Matteo Verde punito e redarguito, dopo aver chiesto il rispetto della segnaletica stradale. Capita da anni alla signora Angela Di Maio che, nonostante le proteste e il ricorso alla Magistratura, non riesce nell’impresa banalissima di far spostare alcuni pini che minacciano le fondamenta e le finestre della propria abitazione in via Provinciale Panza. Esempi molto sciocchi che mi fanno chiedere sempre più disillusamente: ma che razza di paese è mai il nostro?
FORIANOFOBIA
Quand’ero più ragazzino soffrivo di “forianitudine”. Perciò, guai a chi mi “toccasse” Forio. Ero capacissimo di fare a cazzotti. Crescendo (voglio dire col passare degli anni…) mi scopro sempre più “forianofobico”. È una bruttissima cosa, lo so. Si rischia di somigliare a certi vecchi tromboni dalla testa grande e piena solo di prosopopea che si atteggiano a “incompresi profeti in patria”. Una brutta fine, che francamente vorrei evitare e per questo mi ripeto che, in fondo, “ogni mondo è paese”. Mi conforta perciò ritrovare il mio stesso stato d’animo in almeno due grandi scrittori contemporanei. Mi riferisco a Raffaele La Capria e Orthan Pamuk, quest’ultimo autore di Istanbul. Un capitolo di questo libro si intitola “L’infelicità è odiare se stessi e la città”. Scrive Pamuk: “Da un lato volevo che io e la città fossimo completamente europei, ma dall’altro volevo appartenere con tutti i miei istinti, le mie abitudini, i miei ricordi alla mia amata Istanbul”. Non poter mettere d’accordo queste due esigenze mi rende “una persona triste”. “Pensare che il motivo della mia tristezza sia la città mi trascina all’improvviso in un sogno innocente. Attribuisco a Istanbul un’epoca d’oro, un momento di autenticità e verità in cui è completamente se stessa e interamente bella”. Scrive La Capria: “In fondo l’Armonia perduta, da me attribuita a Napoli, viene anch’essa da un sogno innocente, simile a quello di Pamuk.
Allora, mi accodo: in fondo l’armonia perduta, da me attribuita a Forio, all’isola, viene da un “sogno innocente”, eccetera.
A CUORE APERTO
“Se mi trovavo tra le genti – è ancora Pamuk- l’istinto che mi cresceva dentro era quello di essere inutile, di non appartenere a nessun luogo, di essere sbagliato (…) ciò significava anche fuggire dal senso di contiguità, dall’atmosfera di fratellanza e di solidarietà della città (…). La sentivo nella mia anima questa frattura (…). E allora odiavo me stesso per essere rimasto con quelle persone e per il mio sforzo di essere stato socievole”. Tutto questo – aggiunge La Capria- “mi ricorda il Circolo Nautico, le chiacchiere e il vaniloquio che testimoniavano il silenzio ciarliero di quella borghesia, e il mio senso di dolorosa estraneità da quell’ambiente cui appartenevo”.
L’irrisolvibilità del “problema Forio” (La Capria si riferisce a Napoli, Pamuk a Istanbul) provoca in me la voglia di scappare.
È vero: i problemi di Forio non sono quelli di Napoli, o di Istanbul. Ma, se è per questo, nemmeno io sono La Capria o Pamuk…
Non mi piace fare il profeta di sventura, ma penso alla mia cara e porca Forio e vedo i muri delle case tappezzati di egoismo e di indifferenza… le vetrine luccicanti di pubblicità pro videopoker e slot machine… le scuole trasformate in cattedrali del peggiore darwinismo sociale…. i posti di lavoro divenuti (come nelle peggiori descrizioni del Medioevo) luoghi di umiliazione continua, le strade lastricate di immondizia e, ancora, di indifferenza.
Vorrei – davvero!- svegliarmi un giorno ed essere costretto a rinnegare tutte le volte che ho dipinto questo paesaggio foriano con il pennello del pessimismo e i colori del buio. Una speranza. Di più: un sogno. Naturalmente un sogno innocente.
UNA FORIO FINISCE, UN’ALTRA FIORISCE (?).
Mentre rifletto sul disastro foriano, prendo volentieri atto di come giungano anche molti segnali positivi di vitalità e d’impegno: ben due associazioni commercianti che gareggiano a chi fa di più e meglio (speriamo che la competizione sia sempre così), bue bande musicali, le tante iniziative per la diffusione della cultura, della pittura, del teatro e della poesia, la riscoperta dell’arte del presepe, la nuova dinamicità delle Parrocchie… Più che di “programmi” elettorali abbiamo forse bisogno di una sorta di “manifesto di idee”, un patto “meta politico” per disegnare un futuro all’insegna dei diritti, della trasparenza, dello sviluppo sostenibile, della speranza.
mercoledì in diretta dalle ore 20,30 www.radiotreccia.it
Pubblicato da luciano
Se fosse tutto vero?
miti, leggende, verità del Natale
ospite in studio Ciro Di Sarno
Spagna, con la sinistra in pensione a 67 anni.
Pubblicato da luciano
Il clima è cambiato: tira un vento freddo e gelido che soffia in Spagna. Ma questo è un altro inverno: è quello della crisi e del debito pubblico, che nell’ultimo trimestre è salito al livello più alto dal 2000, raggiungendo il 57,7 per cento del Pil. Zapatero ha tergiversato per anni, è diventato famoso per le sue battaglie in difesa della laicità, a favore dei matrimoni gay, dell’aborto. Per anni i suoi avversari lo hanno accusato di immobilismo, di non aver reagito davanti alla crisi. Oggi la Spagna si risveglia, e lo fa azzerando i sogni, cancellando per sempre l’immagine di oasi europea. Il miracolo è svanito. Per rialzarsi deve rimboccarsi le maniche. E lavorare. Non più fino a 65 anni, ma arrivare a 67.
La parola d’ordine per gli spagnoli è resistere, fare sacrifici per non affondare; «altrimenti – dice il premier – tra 15 o 20 anni ci saranno problemi più grossi». Un riforma urgente, che dovrà essere votata già a gennaio, il 28. E non sarà facile farla digerire a tutti. Le proteste dei lavoratori sono già partite, una quarantina le manifestazioni e i sindacati già minacciano sciopero generale. Ma Zapatero questa volta è deciso: «Andrò avanti nonostante tutte le conseguenze. È necessario per il futuro del Paese e risponde ad un senso di responsabilità». Sa che per i prossimi mesi non avrà vita facile Zapatero. Cerca una sponda, una «convergenze» tra i partiti in Parlamento, ma non sarà così scontato. «È una nostra proposta ma prima vogliamo parlarne con tutti i gruppi politici», anche se la responsabilità di elaborare il testo finale «spetta al governo».
Zapatero è pronto a sfidare l’impopolarità.Sa che lascelta è tra le più difficili da accettare, Grecia e Francia, lo hanno già dimostrato. Anche l’Italia fatica ad adattarsi alle indicazioni dell’UE per parificare l’età pensionabile a 65 anni. Anche Zapatero si prepara alla lotta. «Sono pronto a spiegare i motivi di questa riforma. E sono convinto che alla fine la maggior parte degli spagnoli capirà che qui è in gioco il futuro del nostro Paese». Ovviamente sarà un cambiamento lento e graduale, con «elementi di flessibilità ragionevoli ». Probabilmente saranno esclusi i lavori più pensanti, come i muratori. Sembra uno Zapatero diverso, quello che parla da Bruxelles, dove si sono appena conclusi i lavori del Consiglio europeo. Un leader ormai costretto a prendere provvedimenti. Lo dicono i dati, i conti, i debiti. Rispetto all’anno scorso l’indebitamento è avanzato del 18 per cento. E c’è chi parla già di fine del Psoe.
I sondaggi rivelano che il Psoe ha toccato minimi storici dalla morte del dittatore Francisco Franco. Mancano ancora 15 mesi alle prossime politiche spagnole, ma già il Palazzo della politica a Madrid è agitato dal dibattito sotterraneo aperto sulla successione del premier. Per il «zapaterismo è l’inizio della fine », annuncia in copertina il settimanale Cambio 16 . «Despues de Zapatero, què?» (Cosa, dopo Zapatero?) si interroga Tiempo . Lui intanto avvolge la sua terza candidatura, nel 2012, nel mistero. Non vuole sbilanciarsi, sa che oggi non ne avrebbe la forza. Il suo livello di popolarità è ormai a terra. Ormai in molti, quando pensano al futuro, parlano di Alfredo Rubalcaba, oggi il politico più popolare nel Paese.
«Nel Psoe si parla apertamente del futuro senza Zapatero: è un po’ come discutere del testamento accanto al letto del moribondo» scrive Publico. Anche in Catalogna, la sua regione, nelle elezioni di novembre è uscito distrutto. I socialisti hanno perso la guida della regione e hanno ottenuto il loro peggior risultato di sempre. E i pronostici non sono migliori per le regionali e le amministrative nazionali del maggio 2011. A quel punto allora Zapatero scioglierà il dubbio sulla propria ricandidatura. E allora non sarà semplice.
Manila Alfano
Fonte > Il Giornale





