Archivio per la categoria 'Opinioni'

6 dic

Nichi scippa i soldi agli studenti

Pubblicato da luciano

Il Tempo 06 Dicembre 2010

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Il governatore della Puglia Vendola scende dal tetto e dimentica la scuola. Vitalizi agli ex consiglieri regionali con i fondi per i libri scolastici.

Due bucce di banana rendono scivoloso il cammino verso Natale della giunta pugliese guidata da Nichi Vendola. Una variazione di bilancio di 2.3 milioni di euro ha azzaerato la disponibilità di competenza per i fondi destinati all’acquisto dei libri di testo. La “ratio” è stata quella di reperire le risorse destinate ad assicurare i vitalizi ai consiglieri regionali non più rieletti: il provvedimento ha scatenato le dure proteste dell’opposizione di centrodestra che contesta «i numerosi disastri nella gestione dei conti da parte del leader di Sinistra e Libertà e dei suoi assessori». A questa infuocata querelle si è aggiunta la decisione della Regione Puglia di costituirsi in giudizio davanti alla Corte Costituzionale a sostegno di otto candidati del centrosinistra che reclamano l’elezione (con possibili ulteriori stipendi da erogare) nonostante il parere negativo espresso dal Tar.

«Vendola è un leader con grande carisma ma incapace di governare la regione»: l’attacco è di Nino Marco, vice presidente del Consiglio regionale ed esponente del Pdl. «Gli stessi esponenti politici della sinistra che contestano in piazza, strumentalizzando gli studenti, la riforma Gelmini, – rincara la dose – esprimono adesso un silenzio assordante su un provvedimento che certifica l’inadeguatezza di questa maggioranza nel dare un respiro sociale alla sua amministrazione». Il dato fa riflettere: nelle casse della Regione Puglia non c’erano i soldi necessari a garantire le indennità dei consiglieri regionali “trombati” (una sorta di tfr e una pensione vera e propria) e così per far quadrare il cerchio, il governo regionale ha attinto dalle risorse destinate ai Comuni, che a loro volta li riservano ai richiedenti per l’acquisto dei libri di scolastici. In estate l’ente regionale garantì sulla carta al Consiglio 4.5 milioni di euro per spese di funzionamento. A fine novembre la Ragioneria ha erogato 2.8 milioni. Per il resto è stato necessario ricorrere all’artificio contabile della variazione di bilancio. L’assessore regionale al ramo, il pd Michele Pelillo, si è difeso su La Gazzetta del Mezzogiorno: «A fine anno si rastrella tutto quello che è possibile, quindi si vanno a individuare tutti i soldi che non sono stati spesi». E ha minimizzato: «Attenzione – ha precisato – perché si tratta solo di un adempimento tecnico. I fondi per il diritto alla studio saranno erogati a partire dal 2 gennaio».

Prima le risorse per le pensioni agli ex consiglieri, dall’anno nuovo si penserà anche ai libri… La spiegazione del governo pugliese è apparsa poco convincente per il segretario della Uil Puglia Aldo Pugliese e per il sindaco di Bari Michele Emiliano, presidente regionale del Pd. «Al di là del tecnicismo burocratico e pecuniario – spiega Pugliese – , ciò che lascia esterrefatti è il pessimo esempio fornito dalla nostra classe dirigente. Non si possono chiedere ai cittadini giorni infausti di lacrime e sangue e poi sacrificare denaro destinato a un diritto prioritario e costituzionalmente riconosciuto come l’istruzione sull’altare dei costi spropositati della politica. Un passo indietro è a dir poco doveroso». Emiliano su Facebook: «Voglio sapere se questa cosa è vera. Se così fosse ci sarebbe davvero da mandare tutti al diavolo. Spero di riuscire ad avere una risposta dall’assessore del mio partito. Non è sempre facile avere risposte, neanche per me».

«Questo caos fa il paio con la scelta della Regione di portare avanti il giudizio per aumentare da 70 a 78 il numero dei consiglieri regionali – aggiunge il leader del Pdl Nino Marmo – un orientamento che va contro ogni buon senso nel rendere la politica attenta a non aumentare i propri costi ai danni delle comunità. Otto consiglieri in più, infatti, farebbero crescere ulteriormente le spese di un ente che ha già registrato in questi anni di malgoverno della sinistra una voragine nei conti della Sanità…». Duro anche il coordinatore regionale del Pdl, Francesco Amoruso: “Nelle decisioni della giunta Vendola non c’è traccia di programmazione per lo sviluppo dei nostri territori, ma solo tutele per la casta e le clientele”.

Michele De Feudis

Fonte >  Il Tempo

6 dic

LA POLITICA DEL TUBO

Pubblicato da luciano

Il sogno spagnolo non vola più: deficit alle stelle, disoccupazione al 20%, aeroporti in tilt. Berlino irritata, Bruxelles in allarme. CAOS TOTALE – E Fini fa battute

Deficit alle stelle, disoccupazione al 20%, dubbi sulla tenuta delle finanze pubbliche e timori di contagio sulla zona euro: e ora, come se non bastasse, almeno due giorni di caos dei cieli con ripercussioni a catena in mezzo mondo. La Spagna teme il danno di immagine che lo «sciopero selvaggio» dei controllori di volo potrebbe avere sul turismo, che rappresenta circa l’11% del Pil, in un momento delicatissimo per il governo di Madrid, impegnato nella difficile impresa di convincere gli osservatori internazionali e i mercati dell’affidabilità del sistema-Paese.

Migliaia di notizie sui media di tutto il mondo, dal New York Times ad Al-Jazeera. Con speciale enfasi sulla misura draconiana – lo stato di emergenza con applicazione del codice penale militare – con cui il governo Zapatero è riuscito a ristabilire il controllo della situazione, a prezzo però di far riaffiorare i fantasmi del passato autoritario della Spagna. «Ci sono conseguenze economiche molto serie e qualcuno le dovrà pagare», ha detto ieri alla radio Cadena Ser il segretario generale al Turismo e Commercio interno, Joan Mesquida, riferendosi allo sciopero dei controlliri di volo, «questa situazione ha fatto traboccare il vaso». È un brand, la cosiddetta Marca Espana, affermatasi con successo all’estero dagli anni ‘90 in poi, che rischia di essere messa in discussione. «Lo sciopero dei controllori aerei colpisce gravemente l’immagine della Spagna e la nostra economia», hanno affermato la Confederazione degli imprenditori spagnoli e quella delle aziende alberghiere, in un comunicato congiunto dai toni allarmati. Così, il principale quotidiano spagnolo El Pais ieri osservava come il New York Times avesse scritto che «ci si aspetta che lo sciopero provochi enormi perdite nel settore del turismo, che rappresenta l’11% del Pil».

Sul sito della Frankfurter Allgemeine Zeitung le informazioni sullo sciopero sono collegate a quelle sulla crisi economica del paese iberico, in particolare sulla privatizzazione degli aeroporti decisa due giorni fa dal governo spagnolo. E lo stesso Wall Street Journal, la «bibbia» dei mercati, sottolinea il collegamento fra questa decisione dell’esecutivo e la protesta selvaggia iniziata ieri sera. Ma, al di là delle reazioni dei media internazionali, è il bilancio della protesta a destare preoccupazione. Venerdì pomeriggio, all’improvviso, i controllori di volo hanno lasciato in massa le torri di controllo dichiarandosi tutti “malati”. Motivo dello sciopero il decreto di privatizzazione parziale dell’ente aeroporti Aena adottato dal governo, che fissa fra l’altro nuove norme per i tempi di lavoro degli uomini radar. E così le hall degli scali del paese hanno vissuto ore di rabbia e sconforto, con migliaia di persone in coda davanti ai pochi sportelli delle compagnie aeree in cerca di informazioni sui voli e su dove dormire, che nessuno sembrava in grado di dare. Anche perché la protesta si è svolta in concomitanza con le vacanze di cinque giorni del “ponte della Costituzione”, il più lungo dell’anno. Molti, famiglie con bambini, persone anziane, hanno passato la notte tra venerdì e sabato nelle hall di partenza degli aeroporti. Ieri mattina il calvario è ricominciato con pesanti disagi anche per gli scali romani. A Fiumicino sono stati cancellati 51 voli e 4.000 passeggeri in partenza sono rimasti a terra. Motivo che ha spinto molti a chiedere una mano di ferro contro i 2300 controllori, considerati una categoria di privilegiati con stipendi sopra i 200mila euro all’anno (secondo il ministero dei Trasporti 135 di loro guadagnano più di 600 mila euro, altri 713 fra 360-540mila).

E così, poco dopo mezzogiorno il governo ha dichiarato lo “stato d’allerta”. Un provvedimento mai preso dalla morte del dittatore Francisco Franco nel 1975. Le torri di controllo degli aeroporti sono state poste sotto l’autorità dello stato maggiore dell’esercito. I controllori di volo sono stati dichiarati «mobilitati», come soldati in guerra, e avvertiti che in caso di «disobbedienza» rischiavano fino a 15 anni di carcere. Il pugno di ferro di Zapatero si è rivelato vincente. I controllori hanno iniziato a tornare ai posti di lavoro. Le torri di controllo hanno ripreso ad operare. Verso le 17 i primi aerei hanno potuto decollare, da Madrid, Barcellona, le Baleari, le Canarie. Fra i primi il volo Alitalia 063 Madrid-Fiumicino. Ma il traffico è rimasto molto limitato. La maggior parte delle compagnie aveva cancellato in mattinata tutti i voli fino a oggi. Il ministro dei Trasporti Josè Blanco ha previsto che la situazione dovrebbe normalizzarsi in 24-48 ore.

Luigi Frasca

Fonte >  Il Tempo

5 dic

PARZIALE CONTROLISTA POLITICAMENTE CORRETTA, CIOE’ “DE SINISTRA”

Pubblicato da luciano

di Luciano Castaldi

Democratico (uno): tutti gli altri non lo sono.

Democratico (due): intollerante, spocchioso, superiore eticamente ed intellettualmente, appartenente alla “meglio gioventù”.

Ambientalismo: liberare la natura dall’uomo

Progressista: in piazza a protestare, nei salotti buoni a scodinzolare.

Embrione: se è di animale, un “qualcuno”; se è di essere umano “qualcosa”.

Naturale: no ogm su patate e pomodori, sì per tutto il resto (clonazione umana compresa)

Alternativo: cafone

Trasgressivo: porno

Pacifista: vietato difendersi

Innovare: non toccare i privilegi

Riforme: non avrai altro “dio” all’infuori della carta costituzionale.

Credenti: cretini

Laicismo: (quasi) tutti hanno diritto alla parola, tranne la Chiesa

Par condicio: ricordate la pubblicità del “vinci facile”? beh, rende bene l’idea

Orgoglio: tutti possono essere fieri di quel che sono, tranne gli uomini che amano le donne e viceversa. Cioè abbasso la normalità.

Trasparenza: quel che si pretende dagli altri

Diritti civili: tutto ciò che l’istinto detta è legge assoluta, insindacabile, inconfutabile.

Disoccupati: Paolo Rossi, Cornacchione, Guzzanti, Daniele Silvestri, Dario Fo e tanti, tantissimi altri artisti se non fossero di sinistra.

So: è la parte finale del cognome di Fabio Fazio

Regime: in un paese a maggioranza di centro-destra, governato da un dittatore che ama più fottere che comandare, con tutte le televisioni in mano al ducetto… la totalità delle trasmissioni politiche e “culturali” tutte di sinistra e antigovernative.

Case editrici: tutte in mano al “despota” che pubblica ogni scorreggia dei “più buoni”.

Cattolici “con cui si può parlare”: il cardinal Martini, Don Gallo, Vito Mancuso e tutti quelli che sono contro la bimillenaria tradizione della Chiesa Cattolica, apostolica, romana.

Vergine: la Carfagna se abbandona il PDL

Troia: la Carfagna se resta nel PDL

Destra democratica ed europea: Fini se sfiducia Berlusconi

Destra fascista e xenofoba: Fini se non sfiducia Berlusconi.

Sinistra: tutto ciò che decidiamo noi

Verità: non esiste altra verità oltre la Pravda.

(continua)

5 dic

Invettiva di un europeo libero contro la burocrazia senz’anima né testa di Bruxelles

Pubblicato da luciano

La democrazia Potemkin

di Roger Scruton

(discorso tenuto alla Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro, Roma,
il 15 ottobre 2010. Traduzione italiana di Marco Respinti)

Noi europei apprezziamo la democrazia poiché ci dà la possibilità di tenere sotto controllo i governi a cui siamo soggetti. Riusciamo a figurarci ben pochi mali peggiori di un governo che sia invece esso a controllare incontrollatamente noi. Ciò nonostante, la maggior parte delle leggi che ci vengono imposte dall’Unione europea vengono oggi scritte e varate da burocrati che nessuno ha mai eletto e che a nessuno rendono conto dei propri errori. Alcune delle decisioni più importanti che pesano sulle nostre esistenze promanano dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, un organismo composto da giudici non eletti molti dei quali provengono da paesi privi di una solida tradizione di stato di diritto.

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Voi italiani ne avete fatto recentemente esperienza quando è stato deciso che il crocifisso dovesse essere rimosso dalle aule scolastiche giacché ritenuto lesivo appunto dei diritti umani. La maggior parte di noi, dunque, a fronte delle irreversibili “direttive” emanate a migliaia dalla Commissione europea e delle “sentenze” pronunciate per ragioni ideologiche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, considerano tutto questo una vera e propria minaccia per la democrazia, eppure sembra non esistere alcuna riforma di quelle istituzioni in grado di ovviare al problema. Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti a un punto in cui la maggior parte delle leggi che ci riguardano vengono imposte da persone che nessuno ha mai eletto e che non rispondono affatto dei propri errori.
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Alcuni si sono adattati a coesistere con questo problema, ritenendo che i benefici portati dall’Unione europea superino i costi. Altri – specialmente gli “euroscettici” del mio paese – pensano invece che i costi superino i benefici. Per questi ultimi, la confisca del processo decisionale operata da élite non elette è un difetto fatale dell’intero progetto eurofederale. Da qualsiasi delle due parti ci si schieri, è comunque evidente che la spinta verso una governance mondiale configura un movimento che si allontana dalla democrazia. Ora, possiamo pure ritenere la globalizzazione un fenomeno inevitabile, ma non è necessario pensare che essa debba includere anche il governo del mondo. Per il vero democratico, la politica deve controbilanciare la globalizzazione, non esserne assorbita.
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Immaginiamoci un villaggio che commerci con i propri vicini, vicini con i quali convive pacificamente. Tutte le decisioni che incidono su quel villaggio vengono prese da un consiglio elettivo. A propria volta, questo consiglio invia un rappresentante al governo centrale affinché questi promuova gli interessi di detto villaggio presso l’Assemblea nazionale. Questo processo, ci dice la storia, è il migliore che possiamo instaurare per via democratica.

E’ peraltro possibile immaginare l’esistenza di più livelli rappresentativi fra il villaggio del nostro esempio e il governo a cui esso fa capo: rappresentanze, cioè, a livello di contea, di regione, di cantone o di qualsiasi altra sia l’unità amministrativa adottata. Ma il principio è chiaro: democrazia significa controllo dal basso, con il popolo che decide.

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Supponiamo però adesso che si affermi un movimento di riforma politica il quale dice che il villaggio è una unità troppo piccola per prendere le decisioni che sono necessarie al bene comune. A scopo elettorale, il villaggio deve venire quindi considerato adesso come parte di una grande città che dista dieci chilometri. Le argomentazioni a favore di questa modifica sono facili da immaginare: le relazioni commerciali, gli interessi reciproci e le esigenze di buon vicinato vengono infatti seriamente compromesse dallo stato di fattuale indipendenza in cui vive il villaggio.

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C’è per esempio bisogno di una strada che tagli fuori la città ormai congestionata dal traffico. Ma l’unico tracciato possibile per costruirla corre in prossimità del villaggio, a totale detrimento della tranquillità fino a quel momento goduta dai suoi abitanti. Naturalmente, il villaggio si opporrà al progetto della strada e questa non verrà costruita. Ma se invece il villaggio è inglobato in una città, i voti dei suoi abitanti verranno superati da quelli dei residenti urbani e la strada si farà.

L’aumento della capacità d’intervento governativa viene insomma acquisito a scapito della democrazia del villaggio. L’esempio illustra bene un principio di ordine generale: più è ampia la capacità d’intervento governativa, minore è la possibilità di controllo che il popolo ha sullo spazio che direttamente lo circonda.

Ve n’è riprova estremamente chiara nelle questioni inerenti le pianificazioni e le infrastrutture. I villaggi svizzeri hanno mantenuto parecchi dei diritti democratici altrove invece confiscati dai governi centrali. Ne deriva che è comprovatamente impossibile costruire grandi autostrade attraverso i numerosi passi alpini che connotano il paese, dal momento che le popolazioni locali votano costantemente contro di esse.

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Il traffico della Svizzera rurale è notevolmente più lento che altrove e lì i confini tra i villaggi assai più netti e marcati. In Francia, invece, le autostrade vengono imposte dal governo, la terra acquisita per decreto e nell’intera faccenda nessuno fuorché l’Assemblea nazionale ha gran voce in capitolo.

Ne consegue che in Francia il traffico scorre più rapidamente, l’economia nazionale ne trae vantaggio e la vita lungo le autostrade è un inferno. La Francia è dunque più o mena democratica della Svizzera? Alcuni direbbero che il potere dei villaggi e dei cantoni elvetici impedisce la realizzazione di progetti che sarebbero altrimenti positivi per l’intero paese e che quindi esso si oppone alle aspirazioni della maggioranza.

In Francia, invece, la capacità del governo centrale di superare gli interessi locali indica che il bene comune può essere promosso nonostante gli egoismi localistici e che quindi la maggioranza svolge un ruolo assai più grande nelle decisioni che la riguardano direttamente.

Altri però direbbero che questa sottrazione dei poteri e dei processi decisionali alle comunità locali a tutto vantaggio del governo centrale configura una perdita di democrazia giacché indica che le decisioni non vengono più prese da coloro che ne sono direttamente toccati in misura maggiore e che dunque la voce delle autentiche comunità umane è ascoltata solo di rado. Ché ne pensiamo noi?

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Quando un gruppo di stati nazionali si unisce per dare vita a una unione dotata di poteri legislativi, ognuno di essi perde il diritto di decisione su materie d’interesse nazionale in cambio di una voce in decisioni che interessano quell’unione nel suo insieme. Quando e in relazione a cosa ciò è giustificato? Un trattato fra due stati confinanti finalizzato alla difesa dei reciproci territori in caso di attacchi esterni è un contratto franco e leale.

Nessuno dei contraenti perde più di ciò che guadagna e ognuno mantiene il controllo sovrano sugli affari interni. Un simile contratto di mutua difesa non implica alcuna resa di sovranità ed è esso stesso soggetto al controllo democratico. I popoli di ciascuno dei due stati contraenti il patto possono infatti votarne la rescissione in qualsiasi momento. Raramente si sono dunque considerati i trattati bilaterali una minaccia alla democrazia: al contrario, sono stati visti come esiti naturali del processo appunto democratico con cui i cittadini conferiscono ai governi a cui sono soggetti la libertà e il dovere di agire per parte loro.

Anche i trattati multilaterali possono di per sé non costituire minacce alla sovranità degli stati nazionali o all’intero processo democratico. Anche quando quei trattati istituiscono infatti organismi burocratici esclusivamente dediti al perseguimento dell’accordo che ne sta alla base – come per esempio avviene per la Nato, essi non minacciano la democrazia fintanto che non si spingono oltre i propri scopi statutari.

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I paesi firmatari di quegli accordi mantengono la propria sovranità in qualsiasi ambito, inclusi quelli che rientrano nelle provvisioni del patto comunemente e concordemente sottoscritto. Benché il trattato ponga loro dei vincoli, questi obblighi si verificano soltanto in determinate circostanze specifiche e sono liberamente accettati dagli organi legislativi dei paesi sottoscrittori come giusto prezzo pagato per ottenere i benefici che ne conseguono.

I trattati multilaterali sono un modo concreto per amministrare la globalizzazione. Man mano che su di essi si esercitano pressioni esterne sempre crescenti, gli stati nazionali possono unirsi siglando accordi e stabilendo procedure comuni che permettano di resistere a dette pressioni: trattati che proteggono gli spazi abitati comuni, le risorse naturali comuni (come la pesca e l’acqua) e le comuni esigenze di sicurezza. Qui il punto qualificante è che un trattato, proprio come un contratto, conferisce potere di veto a ciascuno dei suoi firmatari. Se i termini di esso non vengono onorati da uno dei contraenti, gli altri sono liberi di chiamarsi fuori ponendo così fine al patto stesso.

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In questo modo, i trattati possono essere, efficacemente adoperati per controllare la globalizzazione poiché l’assoggettano alla disciplina della democrazia esattamente come il processo politico attivo in Svizzera è soggetto a quella disciplina della democrazia locale che in merito alle decisioni riguardanti le comunità appunto locali esige il consenso di queste stesse.

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Ma non tutti i trattati hanno il carattere dei contratti. A far data dalla Seconda guerra mondiale (1939-1945) è divenuta pratica comune un nuovo tipo di trattato: un accordo mediante il quale le parti contraenti si accordano per abdicare al proprio potere decisionale negli ambiti che rientrano nelle leggi del patto stesso, trasferendo agli organismi istituiti dal trattato ciò che i propri elettorati nazionali non sono in grado di controllare.

L’Unione europea ne è il caso paradigmatico. Come la Corte penale internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio e la Corte europea dei diritti dell’uomo, la Ue è una forma di globalizzazione e non un modo per resistere a essa. Benché create mediante trattati, queste istituzioni confiscano i poteri legislativi dei soggetti che vi aderiscono, imponendo agli stati nazionali leggi e regolamentazioni che i loro cittadini mai avrebbero votato, ma che pure non possono respingere.

Consideriamole normative circa la libertà di movimento istituite dai Trattati di Roma. Danno ai cittadini della Ue il diritto si spostarsi in qualunque luogo dell’Unione al fine di cercare lavoro o stabilire la propria residenza là dove trovano lavoro. Quando gli originari Trattati di Roma furono firmati, nei paesi sottoscrittori vigeva una sostanziale parità fra redditi e livelli occupazionali, e nessuno immaginava che il risultato di quelle decisioni sarebbero state le migrazioni di massa da un capo all’altro del continente. Se fossero stati consultati, i cittadini italiani avrebbero certamente votato a favore di un emendamento ai Trattati che escludesse la clausola relativa al diritto di libera circolazione per le persone oppure negando l’ingresso della Romania nella Ue. Ma i cittadini non sono stati consultati.

Di conseguenza, gli italiani si trovano oggi costretti ad accettare l’immigrazione nel proprio paese di gente proveniente dalla Romania senza che nessuno prenda in seria considerazione il fatto che la maggioranza di essi è fortemente contraria. Con ciò non intendo dire che gli italiani abbiano ragione. Ma questo è ciò che essi pensano, oltre che ritenere un proprio diritto democratico l’imporre, attraverso i propri rappresentanti politici, controlli sui flussi migratori: dopo tutto, si tratta del loro paese. E però questo diritto è stato loro confiscato. Qualsiasi partito votino alle elezioni, i cittadini italiani non possono fare alcunché per rivendicare il proprio paese a se stessi.

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E’, questo, solo un esempio delle lagnanze che si levano oggi in tutti gli. stati membri della Ue nell’Europa occidentale e settentrionale. Abbiamo perso cioè il controllo dei nostri confini e non vi è modo compatibile con la permanenza di ognuno di noi nella Ue per riguadagnarlo. Per di più, non vi è modo per emendare le istituzioni della Ue affinché esse se ne facciano carico.

Le norme incorporate nei Trattati di Roma non sono leggi ordinarie: non possono cioè essere corrette in sede parlamentare e così, una volta in vigore, divengono di fatto irreversibili; oppure reversibili solo attraverso la dismissione dei Trattati e di tutta la sovrastruttura d’istituzioni e di procedure che sono state costruite su di essi: E questo nessun partito politico ha il coraggio di farlo, giacché le conseguenze sono incalcolabili.

Ora, coloro che hanno progettato i Trattati di Maastricht e di Lisbona erano consapevoli del fatto che la Ue stava perdendo credibilità presso i popoli d’Europa. Ma erano altresì membri di un nuovo ceto politico, transnazionali quanto alle proprie fedeltà, ben ricompensati nelle proprie vite professionali e completamente dipendenti dai privilegi assicurati loro dai meccanismi eurofederali.

Del resto, questo ceto politico è anche parte in causa dell’economia globale. Riesce a relazionarsi più facilmente con le multinazionali che con le comunità locali, contratta apertamente con le élite estere e onora disinvoltamente gli incarichi fittizi che si è dato dentro la Ue. Un tipico membro di questo nuovo ceto politico è l’attuale Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza della Ue, cioè di fatto il suo ministro degli Esteri, Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, britannica.

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 In Gran Bretagna nessuno sapeva chi fosse finché non n’è stata annunciata la nomina. La Ashton non si è mai candidata a elezioni per nessuno degli incarichi che ha ricoperto: dal Partito laburista e dalla rete di organizzazioni non governative che fa capo a esso ha fatto carriera fino a raggiungere la Camera dei Lord senza mai nemmeno una volta attirare l’attenzione su di sé ed é stata nominata come nostra rappresentante agli Affari esteri senza che nessuno nel mio paese abbia avutola possibilità di proferire parole nella vicenda, a eccezione dei suoi colleghi dentro quel medesimo nuovo ceto politico.

Questo ceto politico è dunque davvero molto più interessante per le multinazionali che per la gente comune, dato che controlla una macchina legislativa in grado di aggirare i cittadini. Attraverso il lavoro lobbistico che svolgono le burocrazie di stanza a Bruxelles, il mondo dei grandi affari mondiali ha insomma il potere di modificare a proprio favore le leggi di qualsiasi stato nazionale.

Appartenenti a questo ceto politico, coloro che redigono i trattati della Ue sono naturalmente inclini a salvaguardare queste posizioni. Gran parte dei loro sforzi è  infatti stata profusa per creare un tipo di “democrazia presunta” in cui un Parlamento modello Potemkin finge di vagliare leggi e di esercitare su di esse diritto di veto, ma in cui nessuno degli stati membri della Ue può di fatto esercitare potere.

I Trattati comunitari ci assicurano continuamente che nell’Unione vige il principio di “sussidiarietà”, in base al quale le decisioni debbono essere sempre assunte al più basso livello possibile: ma essi implicano anche che sono la Ue e le sue Commissioni a decidere quale sia quel livello. Da ciò deriva che in essi la sussidiarietà è semplicemente un sinonimo di quel controllo onnipervasivo esercitato dall’alto al basso che ha confiscato i nostri poteri legislativi nazionali e che ci permette di esercitarli solo quando alcuni funzionari non eletti ci permettono di farlo.

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Ciò che vediamo all’opera nella Ue, così come in ogni nuova forma di tribunale internazionale o di agenzia legislativa tipo l’Organizzazione mondiale del commercio e le sussidiarie dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, è la globalizzazione della politica. Invece di difendere la sovranità nazionale dall’invasione globale, oggi il processa politico auspica ulteriore invasione globale ai danni dello stato nazionale.

E perché no? ci si domanderà a questo punto. Che c’è di tanto male? Dato che viviamo in una società globale, non c’è forse bisogno di un governo globale che risolva i nostri problemi comuni? Il lato problematico di questo approccio è che esso ignora il fatto da cui dipende la legittimità di ogni democrazia: il fatto dell’identità nazionale. In una democrazia, i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale: un “noi” fondato da una eredità e da una storia, evidente nella lingua, nella religione e nell’attaccamento al territorio e alla comunità.

In Europa, questo “noi” è un “noi” nazionale, ed è in nome di esso che gli uomini politici possono ottenere il consenso delle persone in merito a decisioni politiche che a breve termine possono pure danneggiarle. Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l’interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova l’interesse di un ceto politico internazionale o quello di una rete globale di multinazionali. Ma il numero delle leggi nazionali che quel ceto politico internazionale impone loro sotto la pressione degli interessi economici che lo influenzano cresce di continuo.

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Cosa fare? E’ mio parere che in assenza di cambiamenti radicali la Ue entrerà in un periodo di crisi. Le sue decisioni verranno disattese e respinte in numero sempre maggiore, e le persone faranno di tutto per riconquistare i poteri erroneamente consegnati a essa.

In un modo o nell’altro, la Ue deve insomma cessare di essere un agente della globalizzazione per divenire un centro di resistenza a essa: un modo, cioè, d’imporre l’ordine politico all’entropìa sociale ed economica. E penso che questo potrà accadere solo attraverso la restaurazione della sovranità nazionale in tutti gli ambiti in cui essa è andata persa, ancorché come ciò possa essere concretamente fatto é materia da uomini politici, non da semplici filosofi.

3 dic

studenti somari

Pubblicato da luciano

Ha ragione Berlusconi, gli studenti studiosi stanno a casa, in strada ci vanno gli studenti somari. Lo dimostrano i titoli dei libri che i facinorosi di Scienze politiche (Università della Sapienza, Roma) hanno scritto sugli scudi antipolizia. Avendone letti molti, di quei libri, mi è chiaro che i dimostranti non li hanno nemmeno sfogliati. Usare Don Chisciotte, il prototipo del cavaliere sdegnoso e solitario, per una protesta di massa? Usare Pasolini, che prese le parti dei poliziotti contro i sessantottini, per un corteo di universitari saccenti? E Petronio?  E Machiavelli? Due sinceri antidemocratici che queste manifestazioni le avrebbero represse nel sangue. Il “Principe”, in particolare, elogia la monarchia e l’immoralità dei potenti in modo che persino io, immoralista e monarchico, trovo eccessivo. Insegna inoltre a mantenere i sudditi ignoranti e le femmine sottomesse: “La fortuna è donna; et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla”. Ma le ragazze di Scienze politiche non lo sanno perché non leggono, ragliano.

(Camillo Langone, Il Foglio 3 dicembre ’10)