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Regione scandalo, ecco la laurea “gratis” ai dipendenti. Stanziati 700mila euro
Pubblicato da luciano
NAPOLI - E mica li volevamo lasciare solo con la laurea triennale? Perché altrimenti come farebbero i concorsi interni per salire di grado e far scattare verso l’alto gli stipendi? No, per carità. Ed ecco il nuovo piano triennale di formazione per i dipendenti regionali (relatore il dipietrista Nicola Marrazzo), licenziato il 26 ottobre scorso dall’ufficio di presidenza: 700 mila euro per corsi «finalizzati per il conseguimento di crediti formativi per la formazione culturale di primo e secondo livello», nonostante le casse esangui dell’ente e la stretta imposta dalla recente riforma Gelmini.
Eppure i questi nuovi crediti permetteranno agli stessi dipendenti, come già accaduto per la laurea triennale in Scienze dell’amministrazione, di completare il ciclo di studi. Con percorsi personalizzati, lezioni ed esami in sede (presso la sede del consiglio) e valutazioni affidate anche al personale interno. Al riparo da insidie, bocciature, spese e aumenti delle tasse. E senza sobbarcarsi l’onere di recarsi all’università per gli esami. E poi dicono che gli studenti scendono in strada a protestare…
Un passo indietro. Alla fine del 2005 la presidenza del consiglio regionale vara un piano triennale di formazione riservato ai dipendenti del Centro direzionale in possesso del diploma di scuola superiore. Sono i corsi biennali «Codap» e «Modap» tenuti dall’università Parthenope che terminano il 19 dicembre del 2008 con il costo totale, tutto a carico del Consiglio, di 300mila euro. Sono 50 i dipendenti-studenti che vi hanno partecipato. Di mattina al lavoro nel grattacielo dell’Isola F/13, di pomeriggio nelle aule al primo piano dello stesso edificio a seguire diligentemente i corsi.
Travet, insomma di nuova generazione. Ma sono solo corsi di aggiornamento? Macché. Perché la convenzione firmata l’8 giugno del 2006 tra l’ateneo di via Acton e il consiglio indovinate cosa prevedeva? Le materie di quei corsi danno diritto al riconoscimento di crediti utili per il conseguimento della laurea di primo livello. E, guarda caso, 18 materie (compreso l’esame finale in consiglio regionale) per i primi due anni e 12 per il terzo danno diritto, in totale, a 180 crediti (e ben oltre convenzioni simili che arrivano a 120). Ovvero il diritto, quasi matematico, con 180, all’agognata pergamena. Per la discussione della tesi però, che faticaccia, il dipendente-studente stavolta deve per forza recarsi all’università.
E ora dopo ore e ore passate sui libri vogliamo lasciarli solo con la laurea triennale? Non sarà il caso di premiare tutta l’abnegazione di questa cinquantina di dipendenti-studenti con una laurea di secondo livello? Giusto, giustissimo anche secondo le organizzazioni sindacali che pure, è bene chiarirlo, hanno convenzioni di riconoscimento analoghe. Ed ecco che l’ufficio di presidenza del consiglio regionale il 26 ottobre scorso approva «il piano triennale di aggiornamento/formazione per il personale per un costo totale di 700mila euro», compresi «i 250mila necessari per l’avvio delle lezioni».
E a leggere il piano triennale redatto dagli uffici del personale, si «ritiene prioritaria ed improcastinabile la realizzazione di 4 corsi di formazione. Uno finalizzato all’attivazione della posta elettronica certificata, il II livello di informatica (word ed excel), approfondimenti in merito alla riforma Brunetta e, ci siamo, «corsi di formazioni finalizzati all’acquisizione di competenze amministrative per il conseguimento di crediti formativi per la formazione culturale di primo e secondo livello». Abbastanza per aprire le porte all’agognata laurea di secondo livello. Ma anche qui si tratterà di passare sotto le forche caudine di esami difficilissimi.
E infatti fermo restando che «la riforma della pubblica amministrazione – è spiegato nel piano – prevede criteri meritocratici per le progressioni economiche», tutte le attività formative saranno soggette a valutazione. Quali? «Un apposito questionario di gradimento somministrato a fine corso ai partecipanti»…
Adolfo Pappalardo
Fonte > Il Mattino
IL PALAZZO DEGLI INCREDIBILI
Pubblicato da luciano
di LUCA RICOLFI
C’è qualcosa di surreale nel dibattito di questi mesi in Italia. Se provate a fare una statistica delle parole più ripetute da giornali e televisioni troverete che sono parole come Berlusconi, Fini, Bocchino, Fli, fiducia, sfiducia, maggioranza, voto. Da mesi l’Italia è appesa a un malsano sentimento di sospensione, di incertezza, di attesa. Prima l’attesa per il discorso di Fini a Mirabello (5 settembre), poi quella per il discorso di Berlusconi in parlamento (voto di fiducia del 29 settembre), poi quella per il discorso di Fini a Bastia Umbra (7 novembre), infine quella per il discorso che Berlusconi terrà domani, seguito dal doppio voto di fiducia (al Senato) e di sfiducia (alla Camera). In mezzo le esternazioni di Bersani, di Casini, di Bocchino, le decine e decine di interviste dei leader minori, per non parlare delle penose conferenze stampa dei parlamentari in procinto di cambiare bandiera.
E tutto questo per che cosa? Per un voto che, comunque vada, servirà solo a decidere una manche della partita a tennis che Berlusconi e Fini da due anni stanno giocando sulla pelle di tutti noi. Vista dall’esterno, ad esempio da un qualsiasi Paese europeo, è una situazione ridicola, per non dire tragica.
Mentre il mondo vive una delle più drammatiche crisi dei rapporti internazionali dai tempi della caduta del Muro di Berlino, mentre le economie avanzate si trovano di fronte a rischi immensi (da una stagnazione di anni, fino al crollo dell’euro e del dollaro), mentre gli esperti si dividono sulle migliori terapie da adottare, noi – e dicendo noi parlo innanzitutto dell’informazione – perdiamo ancora del tempo e dell’attenzione a interpretare una frase di Bocchino, a decodificare una battuta di Bossi, a indovinare le intenzioni di un parlamentare «corteggiato» (per non dire altro). Un doppio provincialismo attanaglia il discorso pubblico: siamo provinciali perché parliamo sempre e solo dell’Italia, ma siamo provinciali anche perché, con gli immensi problemi economico-sociali che l’Italia ha di fronte, con le enormi difficoltà che ci attendono, permettiamo al nostro ceto politico di baloccarsi nei suoi giochi di palazzo, nelle sue vanità, nelle sue miserevoli rivalità personali, senza mai metterlo di fronte alle sue responsabilità vere. Che non sono di salvare un governo, o di costituirne uno nuovo, ma di offrire soluzioni credibili. Possibilmente più credibili di quelle che l’attuale governo ha fornito fin qui. A me non pare che i protagonisti dell’attuale tempesta in un bicchier d’acqua parlamentare lo stiano facendo. Non mi pare che siano minimamente credibili.
Non è credibile Berlusconi, che si è permesso il lusso di governare mediocremente in una situazione che avrebbe richiesto ben altre priorità (quanto tempo è stato dissipato sui problemi giudiziari del premier?) e ben altro coraggio (come si può pensare di combattere gli sprechi con i tagli lineari?).
Non è credibile Fini, la cui giusta battaglia per una destra moderna (e normale) è compromessa dai modi in cui viene combattuta e dai soggetti che la conducono. Agli osservatori non accecati dalla passione politica è fin troppo evidente che la scoperta dei limiti del berlusconismo è tardiva, strumentale e insincera. E ancor più evidente è la scorrettezza di combattere una rancorosa guerra politico-personale dalla posizione di presidente della Camera, una scorrettezza istituzionale che le opposizioni non stigmatizzano solo perché, in questa fase, fa loro gioco.
Ma non è credibile, purtroppo, neppure Bersani. Il quale ha perfettamente ragione quando dice che, con i mercati finanziari in agguato, con gli enormi problemi del nostro debito pubblico, non possiamo permetterci di andare alle urne ora. Ma dimentica di aggiungere che, altrettanto se non più pericolosa per la stabilità dell’economia, è la prospettiva su cui l’opposizione di sinistra mostra di giocare le sue carte: quella dell’apertura di una «fase nuova», una stagione di negoziati e manovre politiche il cui sbocco sembra essere un governo degli sconfitti alle ultime elezioni, pudicamente battezzato «governo di responsabilità istituzionale».
Non sono fra quanti assumono che siamo ormai fuori dal regime parlamentare, e che quindi la caduta di un governo implichi automaticamente il ritorno alle urne. Su questo la penso come Giovanni Sartori: la flessibilità dei regimi parlamentari, in virtù della quale, caduta una maggioranza, si può tentare di costituirne un’altra, non è un difetto ma semmai un pregio di tali regimi. Però est modus in rebus. Un conto è ritoccare una maggioranza, un conto è capovolgerla. E, anche ammesso che si voglia e si possa varare un governo degli sconfitti, il punto essenziale è uno solo: un governo per fare cosa?
E’ qui che l’opposizione rivela tutta la sua inconsistenza. Non solo perché è divisa persino sulla legge elettorale (l’unico suo vero cavallo di battaglia), ma perché nessuno ha finora prodotto risposte convincenti alle domande fondamentali. Ad esempio: sulla politica economico-sociale seguireste le idee di Ichino o quelle di Vendola? Quelle dell’ala riformista del Pd o quelle della Cgil? Ancora più sacrifici per ridurre le tasse sui produttori, o più spesa per salvare l’università, la ricerca, la cultura? Un federalismo più responsabile o più solidale? E soprattutto, visto che la torta non cresce più, dove trovare i quattrini di cui c’è bisogno?
Né basta rispondere con le solite formule: riduzione dei costi della politica, contrasto all’evasione fiscale, lotta alle rendite. Su quei versanti le risorse ulteriori che si possono reperire in tempi brevi sono molto scarse (costi della politica), o sono già contabilizzate fin troppo ottimisticamente nella manovra finanziaria (evasione fiscale), o sono armi a doppio taglio (che ne sarebbe delle aste sui titoli di Stato se, in questo frangente, l’Italia decidesse di tassarli di più?). Sono convinto anch’io che ci voglia una nuova agenda economica, e che il prudente attendismo di Tremonti non basti più. Ma il punto è che chiunque aspiri a guidare una nuova politica economica e sociale non può cavarsela con formule propagandistiche. Perché il primo problema di qualsiasi governo europeo in questa fase non è di convincere i propri cittadini, ma di convincere anche i mercati. La mia impressione è che molti critici di Tremonti semplicemente non si rendano conto degli ordini di grandezza in gioco: mentre si discute di alcune centinaia di milioni in più o in meno a qualche ente locale o ministero o istituzione, non ci si rende conto che un aumento anche di un solo punto del costo del nostro debito pubblico ci può presentare, di colpo, un conto da 18 miliardi di euro all’anno, una somma pari ad una Finanziaria e 50-100 volte superiore alle cifre di cui con tanto accanimento si parla e si negozia in questa stagione di tagli.
Per questo la vacuità dell’opposizione è un problema per l’Italia. Se cacciare Berlusconi, o «aprire una nuova fase», bastasse per avviarci a una soluzione dei nostri problemi, non troveremmo nulla di preoccupante nella deriva identitaria del Pd, nel tentativo di Bersani di «scaldare i cuori» più e meglio di Nichi Vendola. Ma purtroppo non è così. Il rischio non è che Berlusconi resti in sella, visto che al suo disarcionamento stanno già lavorando il tempo, la (non infinita) pazienza degli italiani, nonché la sua attitudine ad «autoribaltarsi», come causticamente ha fatto notare Bersani. Il rischio vero è che, nel momento in cui Berlusconi sarà costretto a farsi da parte, non ci sia nessuno abbastanza credibile, e abbastanza ferrato, da saper portare la nave dell’Italia al riparo dalla tempesta che l’attende.
LUCA RICOLFI
Fonte > La Stampa.it
IL MIRAGGIO DEL PORTO DI FORIO
Pubblicato da luciano
(un mio vecchio commento)
tempo fa Il Corriere del Mezzogiorno ha riportato la notizia di un’ennesima sfornata di milioncini (20 milioni di euro!) in favore della portualità isolana. Per la sola Forio 100mila euro destinati al ripristino delle strutture di legno e relativi tendaggi sul pontile detto di “Italia ‘90” (in realtà realizzato ben prima…) e altri due milioncini per il rafforzamento del molo di sopraflutto. (Un “rafforzamento”, sia detto senza alcuna venatura polemica, che non sarà mai sufficiente… come da sempre notano i pescatori, per i quali (ed io sono d’accordo) è una cretinata pensare di continuare a gettare scogli al fine di realizzare 20 metri e più di barriera contro il “potente ponente” foriano in un fondale di oltre 25 metri…ma comunque…).
Insomma, si continua, dopo 60 anni, a buttare soldi a mare in attesa che questo benedetto porto veda la conclusione e con esso arrivino il promesso benessere, lo sviluppo, gli introiti e tutto il resto.
Mi colpisce la leggerezza con la quale gli amministratori locali e regionali continuano a snocciolare cifre, senza mai interrogarsi sulla reale efficacia delle opere che si vanno a finanziarie. Spero che un giorno si apra finalmente e seriamente (soprattutto non “dogmaticamente” o demagogicamente), il dibattito sulla reale necessità, per un paese come Forio, di perseverare sulla strada della realizzazione di una megastruttura, a causa della quale, sino ad ora, siamo riusciti a raggiungere l’unico risultato di aver irrimediabilmente sfregiato e violentato l’identità, il paesaggio e la storia di un luogo unico al mondo. E… non è inutile piangere sul latte versato!!!
A tal riguardo, lascia assolutamente interdetti l’indifferenza con la quale, nel mentre ci si preoccupa, legittimamente e “saggiamente”, di ripristinare tende e tendine (ovviamente opportune e utili) sul pontile degli aliscafi, nessuno spenda una parola in difesa del vecchio molo borbonico di Forio. Un “simbolo”, un “monumento” non solo foriano che cade letteralmente a pezzi, con le pietre, stupende, che si sbriciolano sotto i violenti colpi del mare, del tempo e soprattutto dell’indifferenza, dell’oblio, dell’irresponsabilità. Non si possono non ricordare a tal proposito i recenti orribili lavori che l’hanno parzialmente sepolto sotto l’ennesima vergognosa colata di cemento. Mi riferisco alla strada realizzata proprio alle spalle del molo detto “dei pescatori” (…e a volte penso lo si chiami così in senso molto dispregiativo…) per consentire il passaggio dei camion della NU.
Sogno il giorno in cui l’assessore Cascetta, attento anche alle segnalazioni di un semplice e umile ex chierichetto come il sottoscritto, annuncerà i giusti finanziamenti per riportare questo meraviglioso pezzo di storia agli antichi splendori. Sogno il giorno in cui si spenderanno milioncini per provare a recuperare seriamente l’identità, il paesaggio, l’architettura, le pietre di Forio. Sogno il giorno in cui prima di buttare altri scogli a mare, nel porto come nella baia di S. Francesco, si rifletta bene (…o che almeno si rifletta, anche solo un po’).
Sogno il giorno in cui a Forio si capirà che non servono altre mega infrastrutture, ma che è importante – indispensabile! – provare a salvare il salvabile.
Sogno un futuro figlio del nostro grande passato per cui, prima di ogni altra cosa, si pensi a custodire, preservare, difendere.
Sogno a occhi aperti?
Sì, ma è bellissimo.
Luciano Castaldi (ex consigliere comunale di Forio)
AIUTIAMO I RAGAZZI DELLA “CASA DEI RISVEGLI” !!!
Pubblicato da luciano
Cari amici,
nei giorni scorsi, mentre imperversavano le polemiche sulla trasmissione “Vieni via con me” mi è capitato di scrivere una lettera aperta a Saviano (che potete trovare su questo blog) chiedendogli di aiutarmi a sostenere i missionari che si occupano di bambini lebbrosi dell’Africa.
Ma non ho avuto alcuna risposta.
Poi mi è capitato di discutere con qualche collega laico che era d’accordo con Fazio e Saviano nel no all’intervento dei malati. Costui sosteneva quella decisione pur elogiando – a parole – iniziative come la “Casa dei risvegli” di Bologna.
E quando, prendendo la palla al balzo, gli ho proposto di sostenere con me un’iniziativa appena lanciata proprio dall’associazione “Amici di Luca”, che è la promotrice della “Casa dei risvegli”, anche lui mi ha detto di no.
Avrà i suoi validi motivi personali, non discuto. Ma i molti ragazzi in coma o che stanno uscendo dal coma (e può capitare a tutti!) non hanno bisogno tanto di parole, quanto di aiuto concreto.
E a me piace, sinceramente, chi magari parla meno, ma si dà da fare o si fruga in tasca di fronte a persone sofferenti che hanno bisogno e implorano un sostegno e una speranza.
Per questo, in attesa di Natale, vorrei chiedere a voi, cari amici, di aderire alla sottoscrizione aperta dall’associazione “Gli amici di Luca onlus” per acquistare uno “stimolatore cerebrale” che potrà dare importanti risultati su pazienti in stato vegetativo e di minima coscienza.
La condizione penosa e terribile di molte persone che stanno uscendo dal coma è infatti quella di trovarsi come imprigionati nel proprio corpo di cui non riescono più a comandare i muscoli, i movimenti, le funzioni.
Lo strumento che vogliamo donare alla “Casa dei risvegli” può fornire un aiuto straordinario a liberare questi ragazzi, facendo loro recuperare l’uso del proprio stesso corpo. E’ quindi una possibilità meravigliosa e per loro, una grande speranza !!!
L’apparecchiatura (da donare al Centro Studi per la Ricerca sul Coma per la Casa dei Risvegli Luca De Nigris) ha un costo di 60.000 euro.
Per chi vuole aderire all’iniziativa è stato aperto un conto corrente dedicato presso Carisbo dove si possono fare versamenti utilizzando il seguente codice di riferimento:
IT 64 A063 8502 5041 0000 0002 271
Chi vuole notizie più dettagliate può visitare il sito www.amicidiluca.it, dove si può leggere anche la relazione del prof. Roberto Piperno, direttore della Casa dei Risvegli Luca De Nigris e del dott. Carmelo Sturiale dell’Unità operativa di neurochirurgia dell’Ospedale Bellaria – Maggiore di Bologna sull’utilità di questo percorso terapeutico.
La loro relazione è intitolata: Significato clinico della Stimolazione Cerebrale nelle gravi cerebrolesioni
Vi prego di partecipare generosamente a questa iniziativa. C’è bisogno di uomini e donne che sappiano abbracciare la sofferenza, che sappiano amare e non di soloni che ponitifichino da tv e giornali.
Dio si è fatto uomo ed è attraverso il nostro amore che si piega sulle creature sofferenti e se le carica teneramente sulle spalle. Aiutiamolo.
Che Dio vi benedica e ve ne renda merito.
Antonio Socci
FINI IL TRADITORE
Pubblicato da luciano
Gianfranco, il traditore: come si compatta l’ex AN contro di lui dimostrando più coerenza
È un attimo. Appena sullo schermo appaiono le immagini di Gianfranco Fini, la platea dell’Auditorium della Conciliazione di Roma esplode. Fischia. Urla. È vero, il titolo della manifestazione organizzata dall’associazione Fratelli d’Italia (promossa da Fabio Rampelli, Marco Marsilio e Marco Scurria) è «Italia, avanti». E gli interventi che si susseguono sul palco cercano soprattutto di spiegare perché questo governo ha lavorato bene e deve proseguire la propria azione. Ma è indubbio che il vero obiettivo è e resta il presidente della Camera. Il «traditore».
Il video sintetizza perfettamente il concetto. C’è il pantheon della Destra italiana: i ragazzi della via Pal e gli emigrati italiani a New York, Trieste liberata, Filippo Tommaso Marinetti e Paolo Borselli, Giovanni Falcone e Giovanni Paolo II. E poi, c’è lui. Gianfranco. Ritratto in tre diversi momenti della sua carriera politica: agli inizi con Giorgio Almirante, poi con Silvio Berlusconi e, oggi, al fianco di Pier Luigi Bersani. Anche la frase che lo introduce non lascia spazio a interpretazioni: «Ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora». Il copyright è di Francesco De Gregori che, con la sua Sempre e per sempre, fa da filo rosso all’evento. Perché in questa domenica di dicembre, raccolti nell’Auditorium, non ci sono solo le fondazioni, le riviste e le associazioni culturali vicine al Pdl.
Non ci sono solo i big del partito come Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Mariastella Gelmini, Gaetano Quagliariello, Gianni Alemanno e Renata Polverini (Maurizio Gasparri, impossibilitato a partecipare, interviene telefonicamente). Ci sono soprattutto quelli che, come canta De Gregori, «sempre e per sempre, dalla stessa parte mi troverai». La «parte» è, ovviamente, quella di Silvio Berlusconi. Quella che, come ricorda il ministro La Russa (catapultato sul palco appena entrato in platea), è stata scelta da «90 parlamentari ex An. Solo un terzo se ne è andato». Attorno al premier e al suo governo, spiega il coordinatore del Pdl, c’è oggi un «partito mai unito e dinamico». Un partito che non teme il voto del 14 dicembre perché, ne è sicuro, quello sarà «il giorno della chiarezza». Quello in cui nessuno potrà «più barare». «Certo – ammette – sarebbe divertente fare l’opposizione di un esecutivo che ha dentro Fini e Vendola, Di Pietro e Casini, Bersani e Rutelli».
Ma l’Italia può permettersi questo? La risposta di chi si alterna sul palco romano è ovviamente negativa. Per questo si fa appello soprattutto al popolo del centrodestra. Il popolo che, all’ingresso dell’Auditorium, fa la fila per firmare la petizione per chiedere che, in caso di caduta del governo, si vada subito ad elezioni. Il popolo che, come ricorda Alemanno, con la grande manifestazione del 2 dicembre 2006 a piazza San Giovanni, fece nascere il Pdl. «Gente – ricorda Meloni – ancora entusiasta e determinata a difendere i valori in cui crede e per i quali il governo negli ultimi due anni e mezzo si è impegnato. Un popolo che non capisce per quale motivo un governo che ha lavorato bene in un periodo di crisi economica, debba andare a casa per essere sostituito da un governo di sconfitti talmente eterogeneo da non poter dare risposte ai problemi». Militanti che, sabato prossimo, al Palazzo dei Congressi di Roma, scenderanno ancora in campo in difesa dell’esecutivo.
Dall’altra parte, invece, ci sono quelli che vogliono «riportare l’Italia indietro» e che non sono in grado di «avanzare proposte alternative» (Alemanno). Ci sono «Qui, Quo, Qua che vogliono consegnare il Paese a Zio Paperone Montezemolo» (Ignazio Abrignani); i professionisti dell’antimafia delle parole; quelli che «temono il voto perché sanno che perderanno» (Marsilio); che salgono sui tetti e poi vanno in Aula a dire che la riforma dell’università «non è male». I «mosconi che sbattono nei vetri perché hanno perso il senso dell’orientamento» (Polverini). Ma soprattutto c’è il presidente della Camera. Lo stesso che, ricorda la governatrice del Lazio, «voleva celebrare sulla mia testa il suo cambiamento» («solo Berlusconi ci ha messo la faccia» urla tra gli applausi). Il leader eletto nel centrodestra che firma una mozione con Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini che da sempre stanno all’opposizione. C’è Gianfranco. Il «traditore».
Nicola Imberti
Fonte > Il Tempo
