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	<title>La Voce Della Fogna &#187; Opinioni</title>
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	<description>il mondo visto dal basso</description>
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		<title>Le radici dell&#8217;odio contro i cristiani</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 07:55:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Credo che tutti, anche i cristiani, avrebbero da imparare da quell’agnostico -ma non ateo-, da quell’anticlericale -ma rispettoso del Vangelo-, che fu Benedetto Croce.
Sosteneva, quel grande realista, che la conoscenza della storia è il miglior antidoto ad ogni estremismo, ad ogni spirito di crociata. La storia –ricordava Croce- non è mai in bianco e in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo che tutti, anche i cristiani, avrebbero da imparare da quell’agnostico -ma non ateo-, da quell’anticlericale -ma rispettoso del Vangelo-, che fu Benedetto Croce.</p>
<p>Sosteneva, quel grande realista, che la conoscenza della storia è il miglior antidoto ad ogni estremismo, ad ogni spirito di crociata. La storia –ricordava Croce- non è mai in bianco e in nero, non è la lotta dei cattivi contro i buoni, ma è un palcoscenico dove vittime e carnefici si scambiano i ruoli appena possono.</p>
<p>Così, per stare a noi, anche la solidarietà per le vittime, l’orrore per la violenza omicida di Alessandria d’Egitto hanno diritto a un inquadramento storico che non giustifichi, certo, ma eviti di sbagliare prognosi e diagnosi. Restiamo, dunque sulle sponde del Nilo, cominciando da quando –circa a metà del settimo secolo– vi giunsero i cavalieri di Allah che sbucavano dai deserti d’Arabia. Erano coraggiosi ed esaltati dalle parole di Muhammad il profeta, ma erano ben pochi, non avevano né vera organizzazione militare né macchine da guerra.</p>
<p>I mille garibaldini, insomma, contro i duecentomila soldati dei Borboni. Mai, quegli incursori, avrebbero potuto vincere l’esercito di Bisanzio, alla quale apparteneva l’Egitto, se le truppe cristiane non si fossero sbandate prima ancora dell’urto e se le popolazioni non avessero acclamato gli invasori come liberatori. L’Egitto, infatti, aveva accettato presto il cristianesimo, con un fervore persino eccessivo. Ne nacquero le vette ascetiche degli eremiti nel deserto, ma ne venne anche un pullulare di eresie in guerra, spesso sanguinosa, tra loro. Tutti gli egiziani, comunque, erano uniti quando si trattava di lottare contro la dipendenza dall’odiata Costantinopoli.</p>
<p>Sta di fatto che alla notizia che contro l’Impero Romano d’Oriente si erano avventati quegli arabi, le truppe, formate in gran parte da mercenari egiziani, si rifiutarono di combattere e, soprattutto ad Alessandria, si giunse a preparare archi di trionfo per gli invasori.</p>
<p>Del resto, non saranno dei cristiani a chiamare in Spagna la Mezzaluna per faide interne tra Visigoti? E la Francia non sarà sempre, persino a Lepanto, dalla parte del Turco?</p>
<p>L’entusiasmo degli egiziani doveva presto spegnersi: i musulmani non forzavano alla conversione (anzi, spesso tentarono di frenarla, perché ogni convertito in più era un sottomesso da spremere in meno), ma il loro regime spietato di sudditanza del credente nel Vangelo al credente nel Corano indusse la maggioranza dei battezzati a cambiare fede.</p>
<p>Quelli che non vollero apostatare furono detti “copti“, deformazione araba del termine greco “egizi“, ad indicare che si trattava dei discendenti di coloro che gli arabi avevano trovato in quella terra.</p>
<p>La resistenza di questo zoccolo di battezzati, che dopo qualche secolo si stabilizzò su una percentuale simile a quella attuale –circa il 10 per cento– suscita ammirazione e riconoscenza da parte di ogni cristiano ed è il segno della fortezza della fede, malgrado il cedimento di tanti.</p>
<p>Ma va pur detto che, per ogni regime musulmano succedutosi in Egitto, i copti furono in qualche modo la spina dorsale. In effetti la loro cultura maggiore della media, la loro intraprendenza, il loro desiderio di mostrarsi zelanti per allentare i carichi da cui erano gravati, fecero sì che fosse essenziale la loro presenza nella politica, nell’ amministrazione, nell’economia. Così, le guerre sostenute contro i cristiani –a cominciare dalle crociate– furono vinte dagli islamici anche grazie al sostegno fedele dei copti ortodossi. Questi, tra l’ altro, non furono affatto fraterni, bensì spietati, contro i copti cattolici e anche contro gli altri ortodossi, greci e slavi, che rifiutavano il monofisismo.</p>
<p>Così, sin dai lontani inizi, la storia dell’Egitto musulmano è un intreccio –anche se spesso fecondo e culturalmente prestigioso– di complicità reciproche tra Dio ed Allah.</p>
<p>Ma è, purtroppo, anche una storia di contrasti sanguinosi tra i cristiani di varia obbedienza.</p>
<p>In ogni caso, sino a tempi recenti la convivenza, cementata da tanti secoli, non è mai stata messa seriamente in discussione. Che è avvenuto, dunque, da qualche tempo? Credo non abbia torto –almeno in questo– il Grande Imam del Cairo, Al Tayyeb, nell’intervista di ieri al</p>
<p>Corriere: &lt;&lt;L’attentato criminale di Alessandria non è un attacco ai cristiani ma all’Egitto intero&gt;&gt;. In effetti, tutti i governi di tutte le nazioni islamiche sono sotto lo tsunami che avuto come detonatore l’ intrusione violenta del Sionismo che è giunto a porre la sua capitale a Gerusalemme, città santa per i Credenti quasi alla pari della Mecca.</p>
<p>Ira, umiliazione, senso di impotenza hanno dato avvio a un pan- islamismo che intende demolire le frontiere e i regimi attuali per giungere a un blocco comune e ferreo di fedeli nel Corano. Una sorta di superpotenza che possa sfidare persino gli Stati Uniti, padrini di Israele. Il successo indubbio dell’azione dell’undici settembre 2001 ha infiammato gli entusiasmi, mostrando che la guerra vittoriosa è possibile. Se in Egitto, e altrove, si attaccano i cristiani, in Iraq si ammazzano gli sciiti che, per i panislamisti, non sono veri musulmani e dunque non possono far parte del Grande Fronte. I cristiani vanno messi in fuga, alla pari di ogni altro che non faccia parte della sacra Umma. Se la diagnosi è questa, ci sono “cure“, come quelle alla Bush, che aggravano ed esasperano il male. Onore ai cristiani uccisi, memoria sincera alla loro testimonianza: ma proclamare crociate contro</p>
<p>Paesi, come l’Egitto, vittime anch’esse di un disegno imperiale, significherebbe –come constatano gli Americani, ormai sconfitti in Iraq e in Afghanistan– aggiungere solo altre vittime e gettare benzina sul fuoco coranico.</p>
<p><strong>Vittorio Messori</strong></p>
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		<title>“Una rapina, andiamo in galera e poi la Regione Sicilia ci assume”: appello da un sito di Palermo</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jan 2011 07:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ennesima anomalia italiana&#8230; tra lo sconforto generale
“Facciamo una rapina, magari di caramelle e Nutella, senza fare male a nessuno. L’importante non è il bottino, l’importante è farsi arrestare, magari solo per un paio di giorni. Poi, quando ci scarcerano, andiamo alla Regione e chiediamo di farci assumere anche noi”. L’appello, ironico ma non tanto, paradossale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong>L&#8217;ennesima anomalia italiana&#8230; tra lo sconforto generale</strong></p>
<p>“Facciamo una rapina, magari di caramelle e Nutella, senza fare male a nessuno. L’importante non è il bottino, l’importante è farsi arrestare, magari solo per un paio di giorni. Poi, quando ci scarcerano, andiamo alla Regione e chiediamo di farci assumere anche noi”. L’appello, ironico ma non tanto, paradossale ma non tanto, è sul sito SiciliaInformazioni ed è rivolto a tutti i laureati disoccupati dell’isola. E’ un appello a prendersi la “patente” di “soggetti svantaggiati”, quelli a cui la Regione Sicilia offre prima un sussidio, poi la qualifica di precario, infine prima o poi l’assunzione come dipendente pubblico. L’ultima recentissima “infornata” voluta e firmata dall’assessore alla Famiglia, Politiche sociali e del lavoro, Andrea Piraino, inventa 8.400 mini “posti”. Posti di lavoro non proprio perché gli 8.400 non avranno nulla da fare se non “qualificarsi” a un qualche lavoro in cambio di 500 euro al mese per 12/18 mesi. Si comincia così e poi si finisce assunti, sono “mini posti che crescono”, garantito. Garantito dalla storia recente e passata della Regione Sicilia.</p></div>
<p>Nel 2001 si chiamavano Pip, “Piani di inserimento professionale”. Quelli del Pip, anzi i “Pip” come sono conosciuti a Palermo, cominciarono con 620 euro al mese rinnovati ogni tre mesi. Per fare? Di tutto e di niente: sorvegliare sottopassaggi, pulire spiaggie… I 620 euro con il tempo sono diventati 800 più assegni familiari e finalmente assunzione piena a carico della Regione. I Pip erano 3123: ex detenuti, alcolisti, tossicodipendenti e “disagiati” in generale. Ora sono tutti dipendenti pubblici. Una sera di tanti anni fa per “convincere” il governo locale a “stabilizzare” il loro precariato assediarono il Commissario di governo nel palazzo del Comune e la “notte di Villa Niscemi” ebbe successo e fece scuola. Da allora la Regione Sicilia ha messo insieme 144.417 stipendi e assunzioni, un siciliano ogni 239. E tutti assunti senza concorsi, qualifiche e selezioni di merito. Tirati dentro a furor di popolo e a favor di partiti politici. A Palermo si racconta della funzionaria dell’assessorato all’Agricoltura cui è stato presentato pochi giorni fa il nuovo collega assunto, quello che a suo tempo l’aveva scippata in strada. Se è andata così per i 3123 Pip del 2001, perché non dovrebbe andare così anche per gli 8400 del 2011? Che si aggiungono ai 5000 che la Regione Sicilia ha deciso di assumere nella Sanità. In un mese deliberate ben 77 mila assunzioni nei prossimi anni. Per gli “svantaggiati”, ragazzi usciti da casa famiglia, minorenni sottoposti a procedimento giudiziario, capifamiglia senza dimora, disagiati psichici, come recita il bando ufficiale. E non solo, anche cittadini, siciliani comuni e semplici, alla sola condizione di farsi piccolo o grande “comitato elettorale”, gruppetto di voti da offrire ai partiti.</p>
<p>In attesa di essere prima o poi ma sicuramente assunti dalla Regione che faranno? Faranno girare la macchina dei 240 milioni di euro che alimenta e sostiene 1600 enti che organizzano i corsi della formazione professionale. La Confindustria siciliana ha detto che questi corsi non servono a nulla e che a nulla preparano professionalmente. Sbaglia la Confindustria, servono a far girare soldi pubblici e preparano a una pubblica assunzione. Avanti c’è posto, al Comune di Palermo sono già in 25mila, di questi 6500 ufficialmente senza nulla da fare, ma regolarmente pagati.</p>
<p>E’ uno dei tanti , ineguagliati e ineguagliabili record della “politica del lavoro” in Sicilia. A Napoli che è Napoli i “disoccupati organizzati” ci provano da decenni a farsi assumere in massa. Qualche centinaio si è infilato, e si vede, nelle aziende per lo smaltimento rifiuti. Ma a Napoli che è Napoli la perfezione dell’assunzione di massa se la sognano. Una performance invece raggiunta e ora confermata dalla Regione Sicilia con il “battesimo” dei nuovi 8400. Una performance nella terra delle performance: chi è il pensionato più pagato d’Italia? Tal Felice Crosta, 496mila euro l’anno, 1358 euro al giorno. Che faceva Crosta felice di nome e di fatto? Il dirigente alla Regione Sicilia.<br />
<strong><br />
Lucio Fero</strong></p>
<p><strong>Fonte &gt; </strong> <a href="http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/rapina-galera-sicilia-appello-palermo-702381/" target="_blank">Blitz Quotidiano</a></p>
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		<title>BUONE NUOVE: FORIO UN PO&#8217; PIU&#8217; PULITA</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 10:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
 
di Luciano Castaldi
D’accordo le mie sono soltanto “impressioni”, e può darsi benissimo che siano sbagliate, ma da quando a Forio è stata definitivamente recisa la “mano pubblica” dalla gestione del servizio di Nettezza Urbana le cose vanno decisamente migliorando.
Non ho “dati certi”, ma sono ancora dotato (merito degli occhiali…) di una discreta vista: se è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://lavocedellafogna.ischiablog.it/wp-content/uploads/2010/12/molo.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1184" title="molo" src="http://lavocedellafogna.ischiablog.it/wp-content/uploads/2010/12/molo-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p> </p>
<p>di Luciano Castaldi</p>
<p><span style="color: #003366;"><strong>D’accordo le mie sono soltanto “impressioni”, e può darsi benissimo che siano sbagliate, ma da quando a Forio è stata definitivamente recisa la “mano pubblica” dalla gestione del servizio di Nettezza Urbana le cose vanno decisamente migliorando.<br />
Non ho “dati certi”, ma sono ancora dotato (merito degli occhiali…) di una discreta vista: se è vero che Forio non è ancora il “paradiso” che vorremmo e che bisogna ancora migliorare, è vero anche che, nonostante la continua &#8220;&#8221;emergenza&#8221; rifiuti in ambito regionale, essa è decisamente più pulita.<br />
Resta, certo, l’ombra inquietante della discussa e discutibile procedura con cui si è affidato il servizio a una ditta del continente… ma se è per questo nemmeno con le defunte Pegaso e Torre Saracena, sono mancate irregolarità procedurali, violazioni di legge e tanta malafede. E, a dirla tutta, le così dette partecipate hanno (loro sì) dato vita a un sistema di potere similcamorristico contro nulla si poteva (e non si dica che in “origine” l’idea era un’altra… perché era proprio questo l’obiettivo di socialisti e democristiani prima dello scoppio di “Tangentopoli”, agli inizi degli anni ’90.).<br />
Ora, sicuramente non fa piacere a nessuno sapere che per coprire i costi di questo servizio i foriani sono costretti a subire insopportabili aumenti di tasse e balzelli, ma almeno ora essi vedono un territorio più curato, pulito, civile. Ben più intollerabile, mi sembra, lo scandalo delle così dette strisce blu che rappresenta davvero un sistema perfetto per assicurare introiti a una casta di parassiti che “sguazzano” sulle spalle di chi la mattina si alza per andare a lavorare.<br />
Archiviamo dunque con enorme soddisfazione anni e anni di gestione clientelare nel settore della munnezza … e attendiamo fiduciosi di seppellire l’altro bluff che “eccita” tanto i sinistri a pane e pomodoro: La Colombaia.</strong></span></p>
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		<title>SENTIRSI SBAGLIATI (E FORSE ESSERLO VERAMENTE).</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 07:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luciano Castaldi
Secondo il vocabolario italiano “Degrado” significa “deterioramento, specialmente in riferimento a fattori sociali, urbanistici, ecologici…”. Degrado vuol dire dunque decadenza generalizzata, servizi scadenti, arredo urbano inadeguato o fuori luogo, crisi dei meccanismi di socializzazione pubblica… e soprattutto mancanza di regole negli spazi pubblici. Se è così, allora non c’è dubbio: Forio è un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luciano Castaldi</p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Secondo il vocabolario italiano “Degrado” significa “deterioramento, specialmente in riferimento a fattori sociali, urbanistici, ecologici…”. Degrado vuol dire dunque decadenza generalizzata, servizi scadenti, arredo urbano inadeguato o fuori luogo, crisi dei meccanismi di socializzazione pubblica… e soprattutto mancanza di regole negli spazi pubblici. Se è così, allora non c’è dubbio: Forio è un paese degradato. Certo, non mancano alcuni esempi molto belli e positivi… ma, in generale, all’ombra del Torrione, prevale il negativo, la difficoltà di vivere e a volte persino di sopravvivere. Specie nel “pubblico”, ognuno fa quel che gli pare. Così sporcare le strade, parcheggiare selvaggiamente dove capita, dipingere a “capocchia” le facciate dei palazzi storici, fare “ammuina”, lasciare dove capita gli escrementi dei propri cani, occupare il suolo pubblico, fare i prepotenti… sono sintomi di una crisi profondissima. Cresce perciò il bisogno di sentire la presenza attiva e incisiva dell’autorità. Di “qualcuno” capace di assicurare il rispetto dell’ordine, delle leggi, del vivere civile.</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Forio è un paese sempre più sporco, caotico, anarchico. I vigili “urbani” (anche qui invito a prestar attenzione all’etimo), che dovrebbero rappresentare la faccia più pulita e coerente dello Stato, sono invece spesso solo il volto di un potere panciuto, lento, ingordo, artificioso, parolaio, quasi “bizantino”, anzi “barocco” (termini ovviamente intesi nel senso deteriore del termine). Basti pensare agli inutili bolidi del parco auto in dotazione proprio al Corpo di P.M.… Se poi un cittadino sollecita il rispetto delle regole, rischia di pagare lui per tutti. È accaduto, l’altro giorno, a un commerciante di via Matteo Verde punito e redarguito, dopo aver chiesto il rispetto della segnaletica stradale. Capita da anni alla signora Angela Di Maio che, nonostante le proteste e il ricorso alla Magistratura, non riesce nell’impresa banalissima di far spostare alcuni pini che minacciano le fondamenta e le finestre della propria abitazione in via Provinciale Panza. Esempi molto sciocchi che mi fanno chiedere sempre più disillusamente: ma che razza di paese è mai il nostro?</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">FORIANOFOBIA</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Quand’ero più ragazzino soffrivo di “forianitudine”. Perciò, guai a chi mi “toccasse” Forio. Ero capacissimo di fare a cazzotti. Crescendo (voglio dire col passare degli anni…) mi scopro sempre più “forianofobico”. È una bruttissima cosa, lo so. Si rischia di somigliare a certi vecchi tromboni dalla testa grande e piena solo di prosopopea che si atteggiano a “incompresi profeti in patria”. Una brutta fine, che francamente vorrei evitare e per questo mi ripeto che, in fondo, “ogni mondo è paese”. Mi conforta perciò ritrovare il mio stesso stato d’animo in almeno due grandi scrittori contemporanei. Mi riferisco a Raffaele La Capria e Orthan Pamuk, quest’ultimo autore di Istanbul. Un capitolo di questo libro si intitola “L’infelicità è odiare se stessi e la città”. Scrive Pamuk: “Da un lato volevo che io e la città fossimo completamente europei, ma dall’altro volevo appartenere con tutti i miei istinti, le mie abitudini, i miei ricordi alla mia amata Istanbul”. Non poter mettere d’accordo queste due esigenze mi rende “una persona triste”. “Pensare che il motivo della mia tristezza sia la città mi trascina all’improvviso in un sogno innocente. Attribuisco a Istanbul un’epoca d’oro, un momento di autenticità e verità in cui è completamente se stessa e interamente bella”. Scrive La Capria: “In fondo l’Armonia perduta, da me attribuita a Napoli, viene anch’essa da un sogno innocente, simile a quello di Pamuk.  </span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Allora, mi accodo: in fondo l’armonia perduta, da me attribuita a Forio, all’isola, viene da un “sogno innocente”, eccetera.</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">A CUORE APERTO</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">“Se mi trovavo tra le genti – è ancora Pamuk- l’istinto che mi cresceva dentro era quello di essere inutile, di non appartenere a nessun luogo, di essere sbagliato (…) ciò significava anche fuggire dal senso di contiguità, dall’atmosfera di fratellanza e di solidarietà della città (…). La sentivo nella mia anima questa frattura (…). E allora odiavo me stesso per essere rimasto con quelle persone e per il mio sforzo di essere stato socievole”. Tutto questo – aggiunge La Capria- “mi ricorda il Circolo Nautico, le chiacchiere e il vaniloquio che testimoniavano il silenzio ciarliero di quella borghesia, e il mio senso di dolorosa estraneità da quell’ambiente cui appartenevo”.</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">L’irrisolvibilità del “problema Forio” (La Capria si riferisce a Napoli, Pamuk a Istanbul) provoca in me la voglia di scappare.</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">È vero: i problemi di Forio non sono quelli di Napoli, o di Istanbul. Ma, se è per questo, nemmeno io sono La Capria o Pamuk…</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Non mi piace fare il profeta di sventura, ma penso alla mia cara e porca Forio e vedo i muri delle case tappezzati di egoismo e di indifferenza… le vetrine luccicanti di pubblicità pro videopoker e slot machine… le scuole trasformate in cattedrali del peggiore darwinismo sociale…. i posti di lavoro divenuti (come nelle peggiori descrizioni del Medioevo) luoghi di umiliazione continua, le strade lastricate di immondizia e, ancora, di indifferenza.</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Vorrei – davvero!- svegliarmi un giorno ed essere costretto a rinnegare tutte le volte che ho dipinto questo paesaggio foriano con il pennello del pessimismo e i colori del buio. Una speranza. Di più: un sogno. Naturalmente un sogno innocente.  </span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">UNA FORIO FINISCE, UN’ALTRA FIORISCE (?).</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Mentre rifletto sul disastro foriano, prendo volentieri atto di come giungano anche molti segnali positivi di vitalità e d’impegno: ben due associazioni commercianti che gareggiano a chi fa di più e meglio (speriamo che la competizione sia sempre così), bue bande musicali, le tante iniziative per la diffusione della cultura, della pittura, del teatro e della poesia, la riscoperta dell’arte del presepe, la nuova dinamicità delle Parrocchie&#8230; Più che di “programmi” elettorali abbiamo forse bisogno di una sorta di “manifesto di idee”, un patto “meta politico” per disegnare un futuro all’insegna dei diritti, della trasparenza, dello sviluppo sostenibile, della speranza.</span></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Spagna, con la sinistra in pensione a 67 anni.</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 05:48:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il clima è cambiato: tira un vento freddo e gelido che soffia in Spagna. Ma questo è un altro inverno: è quello del­la crisi e del debito pubblico, che nell’ultimo trimestre è sa­lito al livello più alto dal 2000, raggiungendo il 57,7 per cen­to del Pil. Zapatero ha tergiversato per anni, è diventato famoso per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il clima è cambiato: tira un vento freddo e gelido che soffia in Spagna. Ma questo è un altro inverno: è quello del­la crisi e del debito pubblico, che nell’ultimo trimestre è sa­lito al livello più alto dal 2000, raggiungendo il 57,7 per cen­to del Pil. Zapatero ha tergiversato per anni, è diventato famoso per le sue battaglie in difesa della laicità, a favore dei matrimo­ni gay, dell’aborto. Per anni i suoi avversari lo hanno accu­sato di immobilismo, di non aver reagito davanti alla crisi. Oggi la Spagna si risveglia, e lo fa azzerando i sogni, can­cellando per sempre l’imma­gine di oasi europea. Il mira­colo è svanito. Per rialzarsi de­ve rimboccarsi le maniche. E lavorare. Non più fino a 65 an­ni, ma arrivare a 67.</p>
<p>La parola d’ordine per gli spagnoli è re­sistere, fare sacrifici per non affondare; «altrimenti &#8211; dice il premier &#8211; tra 15 o 20 anni ci saranno problemi più gros­si». Un riforma urgente, che dovrà essere votata già a gen­naio, il 28. E non sarà facile farla digerire a tutti. Le prote­ste dei lavoratori sono già par­tite, una quarantina le mani­festazioni e i sindacati già mi­nacciano sciopero generale. Ma Zapatero questa volta è deciso: «Andrò avanti nono­stante tutte le conseguenze. È necessario per il futuro del Paese e risponde ad un senso di responsabilità». Sa che per i prossimi mesi non avrà vita facile Zapatero. Cerca una sponda, una «convergenze» tra i partiti in Parlamento, ma non sarà così scontato. «È una nostra proposta ma pri­ma vogliamo parlarne con tutti i gruppi politici», anche se la responsabilità di elabo­rare il testo finale «spetta al governo».</p>
<p>Zapatero è pronto a sfidare l’impopolarità.Sa che lascel­ta è tra le più difficili da accet­tare, Grecia e Francia, lo han­no già dimostrato. Anche l’Italia fatica ad adattarsi alle indicazioni dell’UE per parifi­care l’età pensionabile a 65 anni. Anche Zapatero si pre­para alla lotta. «Sono pronto a spiegare i motivi di questa riforma. E sono convinto che alla fine la maggior parte de­gli spagnoli capirà che qui è in gioco il futuro del nostro Paese». Ovviamente sarà un cambiamento lento e gradua­­le, con «elementi di flessibili­tà ragionevoli ». Probabilmen­te saranno esclusi i lavori più pensanti, come i muratori. Sembra uno Zapatero diver­so, quello che parla da Bruxel­­les, dove si sono appena con­clusi i lavori del Consiglio eu­ropeo. Un leader ormai co­stretto a prendere provvedi­menti. Lo dicono i dati, i con­ti, i debiti. Rispetto all’anno scorso l’indebitamento è avanzato del 18 per cento. E c’è chi parla già di fine del Psoe.</p>
<p>I sondaggi rivelano che il Psoe ha toccato minimi sto­rici dalla morte del dittatore Francisco Franco. Mancano ancora 15 mesi alle prossime politiche spagnole, ma già il Palazzo della politica a Ma­d­rid è agitato dal dibattito sot­terraneo aperto sulla succes­sione del premier. Per il «za­paterismo è l’inizio della fi­ne », annuncia in copertina il settimanale Cambio 16 . «De­spues de Zapatero, què?» (Co­sa, dopo Zapatero?) si interro­ga Tiempo . Lui intanto avvol­ge la sua terza candidatura, nel 2012, nel mistero. Non vuole sbilanciarsi, sa che oggi non ne avrebbe la forza. Il suo livello di popolari­tà è ormai a terra. Ormai in molti, quando pensano al fu­turo, parlano di Alfredo Ru­balcaba, oggi il politico più popolare nel Paese.</p>
<p>«Nel Psoe si parla apertamente del futuro senza Zapatero: è un po’ come discutere del te­stamento accanto al letto del moribondo» scrive Publico. Anche in Catalogna, la sua re­gione, nelle elezioni di no­vembre è uscito distrutto. I so­cialisti hanno perso la guida della regione e hanno ottenu­to il loro peggior risultato di sempre. E i pronostici non so­no migliori per le regionali e le amministrative nazionali del maggio 2011. A quel pun­to allora Zapatero scioglierà il dubbio sulla propria rican­didatura. E allora non sarà semplice.<br />
<strong><br />
</strong><strong>Manila Alfano</strong></p>
<p><strong>Fonte &gt;</strong>  <a href="http://www.ilgiornale.it/esteri/s/19-12-2010/articolo-id=494604-page=0-comments=1" target="_blank">Il Giornale</a></p>
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		<title>Regione scandalo, ecco la laurea &#8220;gratis&#8221; ai dipendenti. Stanziati 700mila euro</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Dec 2010 07:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[NAPOLI - E mica li volevamo lasciare solo con la laurea triennale? Perché altrimenti come farebbero i concorsi interni per salire di grado e far scattare verso l’alto gli stipendi? No, per carità. Ed ecco il nuovo piano triennale di formazione per i dipendenti regionali (relatore il dipietrista Nicola Marrazzo), licenziato il 26 ottobre scorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>NAPOLI </strong>- E mica li volevamo lasciare solo con la laurea triennale? Perché altrimenti come farebbero i concorsi interni per salire di grado e far scattare verso l’alto gli stipendi? No, per carità. Ed ecco il nuovo piano triennale di formazione per i dipendenti regionali (relatore il dipietrista Nicola Marrazzo), licenziato il 26 ottobre scorso dall’ufficio di presidenza: 700 mila euro per corsi «finalizzati per il conseguimento di crediti formativi per la formazione culturale di primo e secondo livello», nonostante le casse esangui dell’ente e la stretta imposta dalla recente riforma Gelmini.</p>
<p>Eppure i questi nuovi crediti permetteranno agli stessi dipendenti, come già accaduto per la laurea triennale in Scienze dell’amministrazione, di completare il ciclo di studi. Con percorsi personalizzati, lezioni ed esami in sede (presso la sede del consiglio) e valutazioni affidate anche al personale interno. Al riparo da insidie, bocciature, spese e aumenti delle tasse. E senza sobbarcarsi l’onere di recarsi all’università per gli esami. E poi dicono che gli studenti scendono in strada a protestare&#8230;</p>
<p>Un passo indietro. Alla fine del 2005 la presidenza del consiglio regionale vara un piano triennale di formazione riservato ai dipendenti del Centro direzionale in possesso del diploma di scuola superiore. Sono i corsi biennali «Codap» e «Modap» tenuti dall’università Parthenope che terminano il 19 dicembre del 2008 con il costo totale, tutto a carico del Consiglio, di 300mila euro. Sono 50 i dipendenti-studenti che vi hanno partecipato. Di mattina al lavoro nel grattacielo dell’Isola F/13, di pomeriggio nelle aule al primo piano dello stesso edificio a seguire diligentemente i corsi.</p>
<p>Travet, insomma di nuova generazione. Ma sono solo corsi di aggiornamento? Macché. Perché la convenzione firmata l’8 giugno del 2006 tra l’ateneo di via Acton e il consiglio indovinate cosa prevedeva? Le materie di quei corsi danno diritto al riconoscimento di crediti utili per il conseguimento della laurea di primo livello. E, guarda caso, 18 materie (compreso l’esame finale in consiglio regionale) per i primi due anni e 12 per il terzo danno diritto, in totale, a 180 crediti (e ben oltre convenzioni simili che arrivano a 120). Ovvero il diritto, quasi matematico, con 180, all’agognata pergamena. Per la discussione della tesi però, che faticaccia, il dipendente-studente stavolta deve per forza recarsi all’università.</p>
<p>E ora dopo ore e ore passate sui libri vogliamo lasciarli solo con la laurea triennale? Non sarà il caso di premiare tutta l’abnegazione di questa cinquantina di dipendenti-studenti con una laurea di secondo livello? Giusto, giustissimo anche secondo le organizzazioni sindacali che pure, è bene chiarirlo, hanno convenzioni di riconoscimento analoghe. Ed ecco che l’ufficio di presidenza del consiglio regionale il 26 ottobre scorso approva «il piano triennale di aggiornamento/formazione per il personale per un costo totale di 700mila euro», compresi «i 250mila necessari per l’avvio delle lezioni».</p>
<p>E a leggere il piano triennale redatto dagli uffici del personale, si «ritiene prioritaria ed improcastinabile la realizzazione di 4 corsi di formazione. Uno finalizzato all’attivazione della posta elettronica certificata, il II livello di informatica (word ed excel), approfondimenti in merito alla riforma Brunetta e, ci siamo, «corsi di formazioni finalizzati all’acquisizione di competenze amministrative per il conseguimento di crediti formativi per la formazione culturale di primo e secondo livello». Abbastanza per aprire le porte all’agognata laurea di secondo livello. Ma anche qui si tratterà di passare sotto le forche caudine di esami difficilissimi.</p>
<p>E infatti fermo restando che «la riforma della pubblica amministrazione &#8211; è spiegato nel piano &#8211; prevede criteri meritocratici per le progressioni economiche», tutte le attività formative saranno soggette a valutazione. Quali? «Un apposito questionario di gradimento somministrato a fine corso ai partecipanti»&#8230;<br />
<strong><br />
Adolfo Pappalardo<br />
</strong><strong><br />
Fonte &gt; </strong> <a href="http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=131109&amp;sez=NAPOLI" target="_blank">Il Mattino</a></p>
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		<title>IL PALAZZO DEGLI INCREDIBILI</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 07:40:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di LUCA RICOLFI
C’è qualcosa di surreale nel dibattito di questi mesi in Italia. Se provate a fare una statistica delle parole più ripetute da giornali e televisioni troverete che sono parole come Berlusconi, Fini, Bocchino, Fli, fiducia, sfiducia, maggioranza, voto. Da mesi l’Italia è appesa a un malsano sentimento di sospensione, di incertezza, di attesa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di LUCA RICOLFI</strong><br />
C’è qualcosa di surreale nel dibattito di questi mesi in Italia. Se provate a fare una statistica delle parole più ripetute da giornali e televisioni troverete che sono parole come Berlusconi, Fini, Bocchino, Fli, fiducia, sfiducia, maggioranza, voto. Da mesi l’Italia è appesa a un malsano sentimento di sospensione, di incertezza, di attesa. Prima l’attesa per il discorso di Fini a Mirabello (5 settembre), poi quella per il discorso di Berlusconi in parlamento (voto di fiducia del 29 settembre), poi quella per il discorso di Fini a Bastia Umbra (7 novembre), infine quella per il discorso che Berlusconi terrà domani, seguito dal doppio voto di fiducia (al Senato) e di sfiducia (alla Camera). In mezzo le esternazioni di Bersani, di Casini, di Bocchino, le decine e decine di interviste dei leader minori, per non parlare delle penose conferenze stampa dei parlamentari in procinto di cambiare bandiera.</p>
<p>E tutto questo per che cosa? Per un voto che, comunque vada, servirà solo a decidere una manche della partita a tennis che Berlusconi e Fini da due anni stanno giocando sulla pelle di tutti noi. Vista dall’esterno, ad esempio da un qualsiasi Paese europeo, è una situazione ridicola, per non dire tragica.</p>
<p>Mentre il mondo vive una delle più drammatiche crisi dei rapporti internazionali dai tempi della caduta del Muro di Berlino, mentre le economie avanzate si trovano di fronte a rischi immensi (da una stagnazione di anni, fino al crollo dell’euro e del dollaro), mentre gli esperti si dividono sulle migliori terapie da adottare, noi &#8211; e dicendo noi parlo innanzitutto dell’informazione &#8211; perdiamo ancora del tempo e dell’attenzione a interpretare una frase di Bocchino, a decodificare una battuta di Bossi, a indovinare le intenzioni di un parlamentare «corteggiato» (per non dire altro). Un doppio provincialismo attanaglia il discorso pubblico: siamo provinciali perché parliamo sempre e solo dell’Italia, ma siamo provinciali anche perché, con gli immensi problemi economico-sociali che l’Italia ha di fronte, con le enormi difficoltà che ci attendono, permettiamo al nostro ceto politico di baloccarsi nei suoi giochi di palazzo, nelle sue vanità, nelle sue miserevoli rivalità personali, senza mai metterlo di fronte alle sue responsabilità vere. Che non sono di salvare un governo, o di costituirne uno nuovo, ma di offrire soluzioni credibili. Possibilmente più credibili di quelle che l’attuale governo ha fornito fin qui. A me non pare che i protagonisti dell’attuale tempesta in un bicchier d’acqua parlamentare lo stiano facendo. Non mi pare che siano minimamente credibili.</p>
<p>Non è credibile Berlusconi, che si è permesso il lusso di governare mediocremente in una situazione che avrebbe richiesto ben altre priorità (quanto tempo è stato dissipato sui problemi giudiziari del premier?) e ben altro coraggio (come si può pensare di combattere gli sprechi con i tagli lineari?).</p>
<p>Non è credibile Fini, la cui giusta battaglia per una destra moderna (e normale) è compromessa dai modi in cui viene combattuta e dai soggetti che la conducono. Agli osservatori non accecati dalla passione politica è fin troppo evidente che la scoperta dei limiti del berlusconismo è tardiva, strumentale e insincera. E ancor più evidente è la scorrettezza di combattere una rancorosa guerra politico-personale dalla posizione di presidente della Camera, una scorrettezza istituzionale che le opposizioni non stigmatizzano solo perché, in questa fase, fa loro gioco.</p>
<p>Ma non è credibile, purtroppo, neppure Bersani. Il quale ha perfettamente ragione quando dice che, con i mercati finanziari in agguato, con gli enormi problemi del nostro debito pubblico, non possiamo permetterci di andare alle urne ora. Ma dimentica di aggiungere che, altrettanto se non più pericolosa per la stabilità dell’economia, è la prospettiva su cui l’opposizione di sinistra mostra di giocare le sue carte: quella dell’apertura di una «fase nuova», una stagione di negoziati e manovre politiche il cui sbocco sembra essere un governo degli sconfitti alle ultime elezioni, pudicamente battezzato «governo di responsabilità istituzionale».</p>
<p>Non sono fra quanti assumono che siamo ormai fuori dal regime parlamentare, e che quindi la caduta di un governo implichi automaticamente il ritorno alle urne. Su questo la penso come Giovanni Sartori: la flessibilità dei regimi parlamentari, in virtù della quale, caduta una maggioranza, si può tentare di costituirne un’altra, non è un difetto ma semmai un pregio di tali regimi. Però est modus in rebus. Un conto è ritoccare una maggioranza, un conto è capovolgerla. E, anche ammesso che si voglia e si possa varare un governo degli sconfitti, il punto essenziale è uno solo: un governo per fare cosa?</p>
<p>E’ qui che l’opposizione rivela tutta la sua inconsistenza. Non solo perché è divisa persino sulla legge elettorale (l’unico suo vero cavallo di battaglia), ma perché nessuno ha finora prodotto risposte convincenti alle domande fondamentali. Ad esempio: sulla politica economico-sociale seguireste le idee di Ichino o quelle di Vendola? Quelle dell’ala riformista del Pd o quelle della Cgil? Ancora più sacrifici per ridurre le tasse sui produttori, o più spesa per salvare l’università, la ricerca, la cultura? Un federalismo più responsabile o più solidale? E soprattutto, visto che la torta non cresce più, dove trovare i quattrini di cui c’è bisogno?</p>
<p>Né basta rispondere con le solite formule: riduzione dei costi della politica, contrasto all’evasione fiscale, lotta alle rendite. Su quei versanti le risorse ulteriori che si possono reperire in tempi brevi sono molto scarse (costi della politica), o sono già contabilizzate fin troppo ottimisticamente nella manovra finanziaria (evasione fiscale), o sono armi a doppio taglio (che ne sarebbe delle aste sui titoli di Stato se, in questo frangente, l’Italia decidesse di tassarli di più?). Sono convinto anch’io che ci voglia una nuova agenda economica, e che il prudente attendismo di Tremonti non basti più. Ma il punto è che chiunque aspiri a guidare una nuova politica economica e sociale non può cavarsela con formule propagandistiche. Perché il primo problema di qualsiasi governo europeo in questa fase non è di convincere i propri cittadini, ma di convincere anche i mercati. La mia impressione è che molti critici di Tremonti semplicemente non si rendano conto degli ordini di grandezza in gioco: mentre si discute di alcune centinaia di milioni in più o in meno a qualche ente locale o ministero o istituzione, non ci si rende conto che un aumento anche di un solo punto del costo del nostro debito pubblico ci può presentare, di colpo, un conto da 18 miliardi di euro all’anno, una somma pari ad una Finanziaria e 50-100 volte superiore alle cifre di cui con tanto accanimento si parla e si negozia in questa stagione di tagli.</p>
<p>Per questo la vacuità dell’opposizione è un problema per l’Italia. Se cacciare Berlusconi, o «aprire una nuova fase», bastasse per avviarci a una soluzione dei nostri problemi, non troveremmo nulla di preoccupante nella deriva identitaria del Pd, nel tentativo di Bersani di «scaldare i cuori» più e meglio di Nichi Vendola. Ma purtroppo non è così. Il rischio non è che Berlusconi resti in sella, visto che al suo disarcionamento stanno già lavorando il tempo, la (non infinita) pazienza degli italiani, nonché la sua attitudine ad «autoribaltarsi», come causticamente ha fatto notare Bersani. Il rischio vero è che, nel momento in cui Berlusconi sarà costretto a farsi da parte, non ci sia nessuno abbastanza credibile, e abbastanza ferrato, da saper portare la nave dell’Italia al riparo dalla tempesta che l’attende.</p>
<p><strong>LUCA RICOLFI</strong></p>
<p><strong>Fonte &gt;</strong>  <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=8195&amp;ID_sezione=&amp;sezione=%F9" target="_blank">La Stampa.it</a></p>
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		<title>IL MIRAGGIO DEL PORTO DI FORIO</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 10:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[(un mio  vecchio commento)
tempo fa Il Corriere del Mezzogiorno ha riportato la notizia di un’ennesima sfornata di milioncini (20 milioni di euro!) in favore della portualità isolana. Per la sola Forio 100mila euro destinati al ripristino delle strutture di legno e relativi tendaggi sul pontile detto di “Italia ‘90” (in realtà realizzato ben prima…) e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(un mio  vecchio commento)</p>
<p>tempo fa Il Corriere del Mezzogiorno ha riportato la notizia di un’ennesima sfornata di milioncini (20 milioni di euro!) in favore della portualità isolana. Per la sola Forio 100mila euro destinati al ripristino delle strutture di legno e relativi tendaggi sul pontile detto di “Italia ‘90” (in realtà realizzato ben prima…) e altri due milioncini per il rafforzamento del molo di sopraflutto. (Un “rafforzamento”, sia detto senza alcuna venatura polemica, che non sarà mai sufficiente… come da sempre notano i pescatori, per i quali (ed io sono d’accordo) è una cretinata pensare di continuare a gettare scogli al fine di realizzare 20 metri e più di barriera contro il “potente ponente” foriano in un fondale di oltre 25 metri…ma comunque…).</p>
<p>Insomma, si continua, dopo 60 anni, a buttare soldi a mare in attesa che questo benedetto porto veda la conclusione e con esso arrivino il promesso benessere, lo sviluppo, gli introiti e tutto il resto.</p>
<p>Mi colpisce la leggerezza con la quale gli amministratori locali e regionali continuano a snocciolare cifre, senza mai interrogarsi sulla reale efficacia delle opere che si vanno a finanziarie. Spero che un giorno si apra finalmente e seriamente (soprattutto non “dogmaticamente” o demagogicamente), il dibattito sulla reale necessità, per un paese come Forio, di perseverare sulla strada della realizzazione di una megastruttura, a causa della quale, sino ad ora, siamo riusciti a raggiungere l’unico risultato di aver irrimediabilmente sfregiato e violentato l’identità, il paesaggio e la storia di un luogo unico al mondo. E… non è inutile piangere sul latte versato!!!</p>
<p>A tal riguardo, lascia assolutamente interdetti l’indifferenza con la quale, nel mentre ci si preoccupa, legittimamente e “saggiamente”, di ripristinare tende e tendine (ovviamente opportune e utili) sul pontile degli aliscafi, nessuno spenda una parola in difesa del vecchio molo borbonico di Forio. Un “simbolo”, un “monumento” non solo foriano che cade letteralmente a pezzi, con le pietre, stupende, che si sbriciolano sotto i violenti colpi del mare, del tempo e soprattutto dell’indifferenza, dell’oblio, dell’irresponsabilità. Non si possono non ricordare a tal proposito i recenti orribili lavori che l’hanno parzialmente sepolto sotto l’ennesima vergognosa colata di cemento. Mi riferisco alla strada realizzata proprio alle spalle del molo detto “dei pescatori” (…e a volte penso lo si chiami così in senso molto dispregiativo…) per consentire il passaggio dei camion della NU.</p>
<p>Sogno il giorno in cui l’assessore Cascetta, attento anche alle segnalazioni di un semplice e umile ex chierichetto come il sottoscritto, annuncerà i giusti finanziamenti per riportare questo meraviglioso pezzo di storia agli antichi splendori. Sogno il giorno in cui si spenderanno milioncini per provare a recuperare seriamente l’identità, il paesaggio, l’architettura, le pietre di Forio. Sogno il giorno in cui prima di buttare altri scogli a mare, nel porto come nella baia di S. Francesco, si rifletta bene (…o che almeno si rifletta, anche solo un po’).</p>
<p>Sogno il giorno in cui a Forio si capirà che non servono altre mega infrastrutture, ma che è importante – indispensabile! – provare a salvare il salvabile.</p>
<p>Sogno un futuro figlio del nostro grande passato per cui, prima di ogni altra cosa, si pensi a custodire, preservare, difendere.</p>
<p>Sogno a occhi aperti?</p>
<p>Sì, ma è bellissimo.</p>
<p>Luciano Castaldi (ex consigliere comunale di Forio)</p>
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		<title>AIUTIAMO I RAGAZZI DELLA “CASA DEI RISVEGLI” !!!</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 22:10:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari amici,

nei giorni scorsi, mentre imperversavano le polemiche sulla trasmissione “Vieni via con me” mi è capitato di scrivere una lettera aperta a Saviano (che potete trovare su questo blog) chiedendogli di aiutarmi a sostenere i missionari che si occupano di bambini lebbrosi dell’Africa.
Ma non ho avuto alcuna risposta.
Poi mi è capitato di discutere con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Cari amici,</h2>
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<p>nei giorni scorsi, mentre imperversavano le polemiche sulla trasmissione “Vieni via con me” mi è capitato di scrivere una lettera aperta a Saviano (che potete trovare su questo blog) chiedendogli di aiutarmi a sostenere i missionari che si occupano di bambini lebbrosi dell’Africa.</p>
<p>Ma non ho avuto alcuna risposta.</p>
<p>Poi mi è capitato di discutere con qualche collega laico che era d’accordo con Fazio e Saviano nel no all’intervento dei malati. Costui sosteneva quella decisione pur elogiando – a parole – iniziative come la “Casa dei risvegli” di Bologna.</p>
<p>E quando, prendendo la palla al balzo, gli ho proposto di sostenere con me un’iniziativa appena lanciata proprio dall’associazione “Amici di Luca”, che è la promotrice della “Casa dei risvegli”, anche lui mi ha detto di no.</p>
<p>Avrà i suoi validi motivi personali, non discuto. Ma i molti ragazzi in coma o che stanno uscendo dal coma (e può capitare a tutti!) non hanno bisogno tanto di parole, quanto di aiuto concreto.</p>
<p>E a me piace, sinceramente, chi magari parla meno, ma si dà da fare o si fruga in tasca di fronte a persone sofferenti che hanno bisogno e implorano un sostegno e una speranza.</p>
<p>Per questo, in attesa di Natale, vorrei chiedere a voi, cari amici, di <strong>aderire alla sottoscrizione</strong> aperta dall’associazione “Gli amici di Luca onlus” per acquistare uno <strong>“stimolatore cerebrale”</strong> che potrà dare <strong>importanti risultati su pazienti in stato vegetativo e di minima coscienza</strong>.</p>
<p>La condizione penosa e terribile di molte persone che stanno uscendo dal coma è infatti quella di trovarsi come imprigionati nel proprio corpo di cui non riescono più a comandare i muscoli, i movimenti, le funzioni.</p>
<p>Lo strumento che vogliamo donare alla “Casa dei risvegli” può fornire un aiuto straordinario a liberare questi ragazzi, facendo loro recuperare l’uso del proprio stesso corpo. <strong>E’ quindi una possibilità meravigliosa e per loro, una grande speranza !!!</strong></p>
<p>L’apparecchiatura (da donare al Centro Studi per la Ricerca sul Coma per la Casa dei Risvegli Luca De Nigris) ha <strong>un costo di 60.000 euro</strong><strong>.</strong></p>
<p><strong>Per chi vuole aderire all’iniziativa è stato aperto </strong><strong>un conto corrente dedicato presso Carisbo</strong><strong> dove si possono fare versamenti utilizzando il seguente codice di riferimento:</strong></p>
<p><strong> IT 64 A063 8502 5041 0000 0002 271</strong></p>
<p>Chi vuole notizie più dettagliate può visitare il sito <a href="http://www.amicidiluca.it/">www.amicidiluca.it</a>, dove si può leggere anche la relazione del prof. Roberto Piperno<strong>,</strong> direttore della Casa dei Risvegli Luca De Nigris e del dott. Carmelo Sturiale dell’Unità operativa di neurochirurgia dell’Ospedale Bellaria – Maggiore di Bologna sull’utilità di questo percorso terapeutico.</p>
<p>La loro relazione è intitolata: <strong>Significato clinico della Stimolazione Cerebrale nelle gravi cerebrolesioni</strong></p>
<p>Vi prego di partecipare generosamente a questa iniziativa. C’è bisogno di uomini e donne che sappiano abbracciare la sofferenza, che sappiano amare e non di soloni che ponitifichino da tv e giornali.</p>
<p><strong>Dio si è fatto uomo ed è attraverso il nostro amore che si piega sulle creature sofferenti e se le carica teneramente sulle spalle. Aiutiamolo.</strong></p>
<p><strong>Che Dio vi benedica e ve ne renda merito.</strong></p>
<p>Antonio Socci</p>
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		<title>FINI IL TRADITORE</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 06:44:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gianfranco, il traditore: come si compatta l&#8217;ex AN contro di lui dimostrando più coerenza
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gianfranco, il traditore: come si compatta l&#8217;ex AN contro di lui dimostrando più coerenza</strong></p>
<p>È un attimo. Appena sullo schermo appaiono le immagini di Gianfranco Fini, la platea dell’Auditorium della Conciliazione di Roma esplode. Fischia. Urla. È vero, il titolo della manifestazione organizzata dall’associazione Fratelli d’Italia (promossa da Fabio Rampelli, Marco Marsilio e Marco Scurria) è «Italia, avanti». E gli interventi che si susseguono sul palco cercano soprattutto di spiegare perché questo governo ha lavorato bene e deve proseguire la propria azione. Ma è indubbio che il vero obiettivo è e resta il presidente della Camera. Il «traditore».</p>
<p>Il video sintetizza perfettamente il concetto. C&#8217;è il pantheon della Destra italiana: i ragazzi della via Pal e gli emigrati italiani a New York, Trieste liberata, Filippo Tommaso Marinetti e Paolo Borselli, Giovanni Falcone e Giovanni Paolo II. E poi, c&#8217;è lui. Gianfranco. Ritratto in tre diversi momenti della sua carriera politica: agli inizi con Giorgio Almirante, poi con Silvio Berlusconi e, oggi, al fianco di Pier Luigi Bersani. Anche la frase che lo introduce non lascia spazio a interpretazioni: «Ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora». Il copyright è di Francesco De Gregori che, con la sua <em>Sempre e per sempre</em>, fa da filo rosso all&#8217;evento. Perché in questa domenica di dicembre, raccolti nell&#8217;Auditorium, non ci sono solo le fondazioni, le riviste e le associazioni culturali vicine al Pdl.</p>
<p>Non ci sono solo i big del partito come Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Mariastella Gelmini, Gaetano Quagliariello, Gianni Alemanno e Renata Polverini (Maurizio Gasparri, impossibilitato a partecipare, interviene telefonicamente). Ci sono soprattutto quelli che, come canta De Gregori, «sempre e per sempre, dalla stessa parte mi troverai». La «parte» è, ovviamente, quella di Silvio Berlusconi. Quella che, come ricorda il ministro La Russa (catapultato sul palco appena entrato in platea), è stata scelta da «90 parlamentari ex An. Solo un terzo se ne è andato». Attorno al premier e al suo governo, spiega il coordinatore del Pdl, c&#8217;è oggi un «partito mai unito e dinamico». Un partito che non teme il voto del 14 dicembre perché, ne è sicuro, quello sarà «il giorno della chiarezza». Quello in cui nessuno potrà «più barare». «Certo &#8211; ammette &#8211; sarebbe divertente fare l&#8217;opposizione di un esecutivo che ha dentro Fini e Vendola, Di Pietro e Casini, Bersani e Rutelli».</p>
<p>Ma l&#8217;Italia può permettersi questo? La risposta di chi si alterna sul palco romano è ovviamente negativa. Per questo si fa appello soprattutto al popolo del centrodestra. Il popolo che, all&#8217;ingresso dell&#8217;Auditorium, fa la fila per firmare la petizione per chiedere che, in caso di caduta del governo, si vada subito ad elezioni. Il popolo che, come ricorda Alemanno, con la grande manifestazione del 2 dicembre 2006 a piazza San Giovanni, fece nascere il Pdl. «Gente &#8211; ricorda Meloni &#8211; ancora entusiasta e determinata a difendere i valori in cui crede e per i quali il governo negli ultimi due anni e mezzo si è impegnato. Un popolo che non capisce per quale motivo un governo che ha lavorato bene in un periodo di crisi economica, debba andare a casa per essere sostituito da un governo di sconfitti talmente eterogeneo da non poter dare risposte ai problemi». Militanti che, sabato prossimo, al Palazzo dei Congressi di Roma, scenderanno ancora in campo in difesa dell&#8217;esecutivo.</p>
<p>Dall&#8217;altra parte, invece, ci sono quelli che vogliono «riportare l&#8217;Italia indietro» e che non sono in grado di «avanzare proposte alternative» (Alemanno). Ci sono «Qui, Quo, Qua che vogliono consegnare il Paese a Zio Paperone Montezemolo» (Ignazio Abrignani); i professionisti dell&#8217;antimafia delle parole; quelli che «temono il voto perché sanno che perderanno» (Marsilio); che salgono sui tetti e poi vanno in Aula a dire che la riforma dell&#8217;università «non è male». I «mosconi che sbattono nei vetri perché hanno perso il senso dell&#8217;orientamento» (Polverini). Ma soprattutto c&#8217;è il presidente della Camera. Lo stesso che, ricorda la governatrice del Lazio, «voleva celebrare sulla mia testa il suo cambiamento» («solo Berlusconi ci ha messo la faccia» urla tra gli applausi). Il leader eletto nel centrodestra che firma una mozione con Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini che da sempre stanno all&#8217;opposizione. C&#8217;è Gianfranco. Il «traditore».</p>
<p><strong>Nicola Imberti</p>
<p>Fonte &gt;</strong>  <a href="http://www.iltempo.it/politica/2010/12/06/1221885-orgoglio_degli.shtml" target="_blank">Il Tempo</a></p>
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