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Le radici dell’odio contro i cristiani
Pubblicato da luciano
Credo che tutti, anche i cristiani, avrebbero da imparare da quell’agnostico -ma non ateo-, da quell’anticlericale -ma rispettoso del Vangelo-, che fu Benedetto Croce.
Sosteneva, quel grande realista, che la conoscenza della storia è il miglior antidoto ad ogni estremismo, ad ogni spirito di crociata. La storia –ricordava Croce- non è mai in bianco e in nero, non è la lotta dei cattivi contro i buoni, ma è un palcoscenico dove vittime e carnefici si scambiano i ruoli appena possono.
Così, per stare a noi, anche la solidarietà per le vittime, l’orrore per la violenza omicida di Alessandria d’Egitto hanno diritto a un inquadramento storico che non giustifichi, certo, ma eviti di sbagliare prognosi e diagnosi. Restiamo, dunque sulle sponde del Nilo, cominciando da quando –circa a metà del settimo secolo– vi giunsero i cavalieri di Allah che sbucavano dai deserti d’Arabia. Erano coraggiosi ed esaltati dalle parole di Muhammad il profeta, ma erano ben pochi, non avevano né vera organizzazione militare né macchine da guerra.
I mille garibaldini, insomma, contro i duecentomila soldati dei Borboni. Mai, quegli incursori, avrebbero potuto vincere l’esercito di Bisanzio, alla quale apparteneva l’Egitto, se le truppe cristiane non si fossero sbandate prima ancora dell’urto e se le popolazioni non avessero acclamato gli invasori come liberatori. L’Egitto, infatti, aveva accettato presto il cristianesimo, con un fervore persino eccessivo. Ne nacquero le vette ascetiche degli eremiti nel deserto, ma ne venne anche un pullulare di eresie in guerra, spesso sanguinosa, tra loro. Tutti gli egiziani, comunque, erano uniti quando si trattava di lottare contro la dipendenza dall’odiata Costantinopoli.
Sta di fatto che alla notizia che contro l’Impero Romano d’Oriente si erano avventati quegli arabi, le truppe, formate in gran parte da mercenari egiziani, si rifiutarono di combattere e, soprattutto ad Alessandria, si giunse a preparare archi di trionfo per gli invasori.
Del resto, non saranno dei cristiani a chiamare in Spagna la Mezzaluna per faide interne tra Visigoti? E la Francia non sarà sempre, persino a Lepanto, dalla parte del Turco?
L’entusiasmo degli egiziani doveva presto spegnersi: i musulmani non forzavano alla conversione (anzi, spesso tentarono di frenarla, perché ogni convertito in più era un sottomesso da spremere in meno), ma il loro regime spietato di sudditanza del credente nel Vangelo al credente nel Corano indusse la maggioranza dei battezzati a cambiare fede.
Quelli che non vollero apostatare furono detti “copti“, deformazione araba del termine greco “egizi“, ad indicare che si trattava dei discendenti di coloro che gli arabi avevano trovato in quella terra.
La resistenza di questo zoccolo di battezzati, che dopo qualche secolo si stabilizzò su una percentuale simile a quella attuale –circa il 10 per cento– suscita ammirazione e riconoscenza da parte di ogni cristiano ed è il segno della fortezza della fede, malgrado il cedimento di tanti.
Ma va pur detto che, per ogni regime musulmano succedutosi in Egitto, i copti furono in qualche modo la spina dorsale. In effetti la loro cultura maggiore della media, la loro intraprendenza, il loro desiderio di mostrarsi zelanti per allentare i carichi da cui erano gravati, fecero sì che fosse essenziale la loro presenza nella politica, nell’ amministrazione, nell’economia. Così, le guerre sostenute contro i cristiani –a cominciare dalle crociate– furono vinte dagli islamici anche grazie al sostegno fedele dei copti ortodossi. Questi, tra l’ altro, non furono affatto fraterni, bensì spietati, contro i copti cattolici e anche contro gli altri ortodossi, greci e slavi, che rifiutavano il monofisismo.
Così, sin dai lontani inizi, la storia dell’Egitto musulmano è un intreccio –anche se spesso fecondo e culturalmente prestigioso– di complicità reciproche tra Dio ed Allah.
Ma è, purtroppo, anche una storia di contrasti sanguinosi tra i cristiani di varia obbedienza.
In ogni caso, sino a tempi recenti la convivenza, cementata da tanti secoli, non è mai stata messa seriamente in discussione. Che è avvenuto, dunque, da qualche tempo? Credo non abbia torto –almeno in questo– il Grande Imam del Cairo, Al Tayyeb, nell’intervista di ieri al
Corriere: <<L’attentato criminale di Alessandria non è un attacco ai cristiani ma all’Egitto intero>>. In effetti, tutti i governi di tutte le nazioni islamiche sono sotto lo tsunami che avuto come detonatore l’ intrusione violenta del Sionismo che è giunto a porre la sua capitale a Gerusalemme, città santa per i Credenti quasi alla pari della Mecca.
Ira, umiliazione, senso di impotenza hanno dato avvio a un pan- islamismo che intende demolire le frontiere e i regimi attuali per giungere a un blocco comune e ferreo di fedeli nel Corano. Una sorta di superpotenza che possa sfidare persino gli Stati Uniti, padrini di Israele. Il successo indubbio dell’azione dell’undici settembre 2001 ha infiammato gli entusiasmi, mostrando che la guerra vittoriosa è possibile. Se in Egitto, e altrove, si attaccano i cristiani, in Iraq si ammazzano gli sciiti che, per i panislamisti, non sono veri musulmani e dunque non possono far parte del Grande Fronte. I cristiani vanno messi in fuga, alla pari di ogni altro che non faccia parte della sacra Umma. Se la diagnosi è questa, ci sono “cure“, come quelle alla Bush, che aggravano ed esasperano il male. Onore ai cristiani uccisi, memoria sincera alla loro testimonianza: ma proclamare crociate contro
Paesi, come l’Egitto, vittime anch’esse di un disegno imperiale, significherebbe –come constatano gli Americani, ormai sconfitti in Iraq e in Afghanistan– aggiungere solo altre vittime e gettare benzina sul fuoco coranico.
Vittorio Messori
“Una rapina, andiamo in galera e poi la Regione Sicilia ci assume”: appello da un sito di Palermo
Pubblicato da luciano
“Facciamo una rapina, magari di caramelle e Nutella, senza fare male a nessuno. L’importante non è il bottino, l’importante è farsi arrestare, magari solo per un paio di giorni. Poi, quando ci scarcerano, andiamo alla Regione e chiediamo di farci assumere anche noi”. L’appello, ironico ma non tanto, paradossale ma non tanto, è sul sito SiciliaInformazioni ed è rivolto a tutti i laureati disoccupati dell’isola. E’ un appello a prendersi la “patente” di “soggetti svantaggiati”, quelli a cui la Regione Sicilia offre prima un sussidio, poi la qualifica di precario, infine prima o poi l’assunzione come dipendente pubblico. L’ultima recentissima “infornata” voluta e firmata dall’assessore alla Famiglia, Politiche sociali e del lavoro, Andrea Piraino, inventa 8.400 mini “posti”. Posti di lavoro non proprio perché gli 8.400 non avranno nulla da fare se non “qualificarsi” a un qualche lavoro in cambio di 500 euro al mese per 12/18 mesi. Si comincia così e poi si finisce assunti, sono “mini posti che crescono”, garantito. Garantito dalla storia recente e passata della Regione Sicilia.
Nel 2001 si chiamavano Pip, “Piani di inserimento professionale”. Quelli del Pip, anzi i “Pip” come sono conosciuti a Palermo, cominciarono con 620 euro al mese rinnovati ogni tre mesi. Per fare? Di tutto e di niente: sorvegliare sottopassaggi, pulire spiaggie… I 620 euro con il tempo sono diventati 800 più assegni familiari e finalmente assunzione piena a carico della Regione. I Pip erano 3123: ex detenuti, alcolisti, tossicodipendenti e “disagiati” in generale. Ora sono tutti dipendenti pubblici. Una sera di tanti anni fa per “convincere” il governo locale a “stabilizzare” il loro precariato assediarono il Commissario di governo nel palazzo del Comune e la “notte di Villa Niscemi” ebbe successo e fece scuola. Da allora la Regione Sicilia ha messo insieme 144.417 stipendi e assunzioni, un siciliano ogni 239. E tutti assunti senza concorsi, qualifiche e selezioni di merito. Tirati dentro a furor di popolo e a favor di partiti politici. A Palermo si racconta della funzionaria dell’assessorato all’Agricoltura cui è stato presentato pochi giorni fa il nuovo collega assunto, quello che a suo tempo l’aveva scippata in strada. Se è andata così per i 3123 Pip del 2001, perché non dovrebbe andare così anche per gli 8400 del 2011? Che si aggiungono ai 5000 che la Regione Sicilia ha deciso di assumere nella Sanità. In un mese deliberate ben 77 mila assunzioni nei prossimi anni. Per gli “svantaggiati”, ragazzi usciti da casa famiglia, minorenni sottoposti a procedimento giudiziario, capifamiglia senza dimora, disagiati psichici, come recita il bando ufficiale. E non solo, anche cittadini, siciliani comuni e semplici, alla sola condizione di farsi piccolo o grande “comitato elettorale”, gruppetto di voti da offrire ai partiti.
In attesa di essere prima o poi ma sicuramente assunti dalla Regione che faranno? Faranno girare la macchina dei 240 milioni di euro che alimenta e sostiene 1600 enti che organizzano i corsi della formazione professionale. La Confindustria siciliana ha detto che questi corsi non servono a nulla e che a nulla preparano professionalmente. Sbaglia la Confindustria, servono a far girare soldi pubblici e preparano a una pubblica assunzione. Avanti c’è posto, al Comune di Palermo sono già in 25mila, di questi 6500 ufficialmente senza nulla da fare, ma regolarmente pagati.
E’ uno dei tanti , ineguagliati e ineguagliabili record della “politica del lavoro” in Sicilia. A Napoli che è Napoli i “disoccupati organizzati” ci provano da decenni a farsi assumere in massa. Qualche centinaio si è infilato, e si vede, nelle aziende per lo smaltimento rifiuti. Ma a Napoli che è Napoli la perfezione dell’assunzione di massa se la sognano. Una performance invece raggiunta e ora confermata dalla Regione Sicilia con il “battesimo” dei nuovi 8400. Una performance nella terra delle performance: chi è il pensionato più pagato d’Italia? Tal Felice Crosta, 496mila euro l’anno, 1358 euro al giorno. Che faceva Crosta felice di nome e di fatto? Il dirigente alla Regione Sicilia.
Lucio Fero
Fonte > Blitz Quotidiano
BUONE NUOVE: FORIO UN PO’ PIU’ PULITA
Pubblicato da luciano
di Luciano Castaldi
D’accordo le mie sono soltanto “impressioni”, e può darsi benissimo che siano sbagliate, ma da quando a Forio è stata definitivamente recisa la “mano pubblica” dalla gestione del servizio di Nettezza Urbana le cose vanno decisamente migliorando.
Non ho “dati certi”, ma sono ancora dotato (merito degli occhiali…) di una discreta vista: se è vero che Forio non è ancora il “paradiso” che vorremmo e che bisogna ancora migliorare, è vero anche che, nonostante la continua “”emergenza” rifiuti in ambito regionale, essa è decisamente più pulita.
Resta, certo, l’ombra inquietante della discussa e discutibile procedura con cui si è affidato il servizio a una ditta del continente… ma se è per questo nemmeno con le defunte Pegaso e Torre Saracena, sono mancate irregolarità procedurali, violazioni di legge e tanta malafede. E, a dirla tutta, le così dette partecipate hanno (loro sì) dato vita a un sistema di potere similcamorristico contro nulla si poteva (e non si dica che in “origine” l’idea era un’altra… perché era proprio questo l’obiettivo di socialisti e democristiani prima dello scoppio di “Tangentopoli”, agli inizi degli anni ’90.).
Ora, sicuramente non fa piacere a nessuno sapere che per coprire i costi di questo servizio i foriani sono costretti a subire insopportabili aumenti di tasse e balzelli, ma almeno ora essi vedono un territorio più curato, pulito, civile. Ben più intollerabile, mi sembra, lo scandalo delle così dette strisce blu che rappresenta davvero un sistema perfetto per assicurare introiti a una casta di parassiti che “sguazzano” sulle spalle di chi la mattina si alza per andare a lavorare.
Archiviamo dunque con enorme soddisfazione anni e anni di gestione clientelare nel settore della munnezza … e attendiamo fiduciosi di seppellire l’altro bluff che “eccita” tanto i sinistri a pane e pomodoro: La Colombaia.
SENTIRSI SBAGLIATI (E FORSE ESSERLO VERAMENTE).
Pubblicato da luciano
di Luciano Castaldi
Secondo il vocabolario italiano “Degrado” significa “deterioramento, specialmente in riferimento a fattori sociali, urbanistici, ecologici…”. Degrado vuol dire dunque decadenza generalizzata, servizi scadenti, arredo urbano inadeguato o fuori luogo, crisi dei meccanismi di socializzazione pubblica… e soprattutto mancanza di regole negli spazi pubblici. Se è così, allora non c’è dubbio: Forio è un paese degradato. Certo, non mancano alcuni esempi molto belli e positivi… ma, in generale, all’ombra del Torrione, prevale il negativo, la difficoltà di vivere e a volte persino di sopravvivere. Specie nel “pubblico”, ognuno fa quel che gli pare. Così sporcare le strade, parcheggiare selvaggiamente dove capita, dipingere a “capocchia” le facciate dei palazzi storici, fare “ammuina”, lasciare dove capita gli escrementi dei propri cani, occupare il suolo pubblico, fare i prepotenti… sono sintomi di una crisi profondissima. Cresce perciò il bisogno di sentire la presenza attiva e incisiva dell’autorità. Di “qualcuno” capace di assicurare il rispetto dell’ordine, delle leggi, del vivere civile.
Forio è un paese sempre più sporco, caotico, anarchico. I vigili “urbani” (anche qui invito a prestar attenzione all’etimo), che dovrebbero rappresentare la faccia più pulita e coerente dello Stato, sono invece spesso solo il volto di un potere panciuto, lento, ingordo, artificioso, parolaio, quasi “bizantino”, anzi “barocco” (termini ovviamente intesi nel senso deteriore del termine). Basti pensare agli inutili bolidi del parco auto in dotazione proprio al Corpo di P.M.… Se poi un cittadino sollecita il rispetto delle regole, rischia di pagare lui per tutti. È accaduto, l’altro giorno, a un commerciante di via Matteo Verde punito e redarguito, dopo aver chiesto il rispetto della segnaletica stradale. Capita da anni alla signora Angela Di Maio che, nonostante le proteste e il ricorso alla Magistratura, non riesce nell’impresa banalissima di far spostare alcuni pini che minacciano le fondamenta e le finestre della propria abitazione in via Provinciale Panza. Esempi molto sciocchi che mi fanno chiedere sempre più disillusamente: ma che razza di paese è mai il nostro?
FORIANOFOBIA
Quand’ero più ragazzino soffrivo di “forianitudine”. Perciò, guai a chi mi “toccasse” Forio. Ero capacissimo di fare a cazzotti. Crescendo (voglio dire col passare degli anni…) mi scopro sempre più “forianofobico”. È una bruttissima cosa, lo so. Si rischia di somigliare a certi vecchi tromboni dalla testa grande e piena solo di prosopopea che si atteggiano a “incompresi profeti in patria”. Una brutta fine, che francamente vorrei evitare e per questo mi ripeto che, in fondo, “ogni mondo è paese”. Mi conforta perciò ritrovare il mio stesso stato d’animo in almeno due grandi scrittori contemporanei. Mi riferisco a Raffaele La Capria e Orthan Pamuk, quest’ultimo autore di Istanbul. Un capitolo di questo libro si intitola “L’infelicità è odiare se stessi e la città”. Scrive Pamuk: “Da un lato volevo che io e la città fossimo completamente europei, ma dall’altro volevo appartenere con tutti i miei istinti, le mie abitudini, i miei ricordi alla mia amata Istanbul”. Non poter mettere d’accordo queste due esigenze mi rende “una persona triste”. “Pensare che il motivo della mia tristezza sia la città mi trascina all’improvviso in un sogno innocente. Attribuisco a Istanbul un’epoca d’oro, un momento di autenticità e verità in cui è completamente se stessa e interamente bella”. Scrive La Capria: “In fondo l’Armonia perduta, da me attribuita a Napoli, viene anch’essa da un sogno innocente, simile a quello di Pamuk.
Allora, mi accodo: in fondo l’armonia perduta, da me attribuita a Forio, all’isola, viene da un “sogno innocente”, eccetera.
A CUORE APERTO
“Se mi trovavo tra le genti – è ancora Pamuk- l’istinto che mi cresceva dentro era quello di essere inutile, di non appartenere a nessun luogo, di essere sbagliato (…) ciò significava anche fuggire dal senso di contiguità, dall’atmosfera di fratellanza e di solidarietà della città (…). La sentivo nella mia anima questa frattura (…). E allora odiavo me stesso per essere rimasto con quelle persone e per il mio sforzo di essere stato socievole”. Tutto questo – aggiunge La Capria- “mi ricorda il Circolo Nautico, le chiacchiere e il vaniloquio che testimoniavano il silenzio ciarliero di quella borghesia, e il mio senso di dolorosa estraneità da quell’ambiente cui appartenevo”.
L’irrisolvibilità del “problema Forio” (La Capria si riferisce a Napoli, Pamuk a Istanbul) provoca in me la voglia di scappare.
È vero: i problemi di Forio non sono quelli di Napoli, o di Istanbul. Ma, se è per questo, nemmeno io sono La Capria o Pamuk…
Non mi piace fare il profeta di sventura, ma penso alla mia cara e porca Forio e vedo i muri delle case tappezzati di egoismo e di indifferenza… le vetrine luccicanti di pubblicità pro videopoker e slot machine… le scuole trasformate in cattedrali del peggiore darwinismo sociale…. i posti di lavoro divenuti (come nelle peggiori descrizioni del Medioevo) luoghi di umiliazione continua, le strade lastricate di immondizia e, ancora, di indifferenza.
Vorrei – davvero!- svegliarmi un giorno ed essere costretto a rinnegare tutte le volte che ho dipinto questo paesaggio foriano con il pennello del pessimismo e i colori del buio. Una speranza. Di più: un sogno. Naturalmente un sogno innocente.
UNA FORIO FINISCE, UN’ALTRA FIORISCE (?).
Mentre rifletto sul disastro foriano, prendo volentieri atto di come giungano anche molti segnali positivi di vitalità e d’impegno: ben due associazioni commercianti che gareggiano a chi fa di più e meglio (speriamo che la competizione sia sempre così), bue bande musicali, le tante iniziative per la diffusione della cultura, della pittura, del teatro e della poesia, la riscoperta dell’arte del presepe, la nuova dinamicità delle Parrocchie… Più che di “programmi” elettorali abbiamo forse bisogno di una sorta di “manifesto di idee”, un patto “meta politico” per disegnare un futuro all’insegna dei diritti, della trasparenza, dello sviluppo sostenibile, della speranza.
Spagna, con la sinistra in pensione a 67 anni.
Pubblicato da luciano
Il clima è cambiato: tira un vento freddo e gelido che soffia in Spagna. Ma questo è un altro inverno: è quello della crisi e del debito pubblico, che nell’ultimo trimestre è salito al livello più alto dal 2000, raggiungendo il 57,7 per cento del Pil. Zapatero ha tergiversato per anni, è diventato famoso per le sue battaglie in difesa della laicità, a favore dei matrimoni gay, dell’aborto. Per anni i suoi avversari lo hanno accusato di immobilismo, di non aver reagito davanti alla crisi. Oggi la Spagna si risveglia, e lo fa azzerando i sogni, cancellando per sempre l’immagine di oasi europea. Il miracolo è svanito. Per rialzarsi deve rimboccarsi le maniche. E lavorare. Non più fino a 65 anni, ma arrivare a 67.
La parola d’ordine per gli spagnoli è resistere, fare sacrifici per non affondare; «altrimenti – dice il premier – tra 15 o 20 anni ci saranno problemi più grossi». Un riforma urgente, che dovrà essere votata già a gennaio, il 28. E non sarà facile farla digerire a tutti. Le proteste dei lavoratori sono già partite, una quarantina le manifestazioni e i sindacati già minacciano sciopero generale. Ma Zapatero questa volta è deciso: «Andrò avanti nonostante tutte le conseguenze. È necessario per il futuro del Paese e risponde ad un senso di responsabilità». Sa che per i prossimi mesi non avrà vita facile Zapatero. Cerca una sponda, una «convergenze» tra i partiti in Parlamento, ma non sarà così scontato. «È una nostra proposta ma prima vogliamo parlarne con tutti i gruppi politici», anche se la responsabilità di elaborare il testo finale «spetta al governo».
Zapatero è pronto a sfidare l’impopolarità.Sa che lascelta è tra le più difficili da accettare, Grecia e Francia, lo hanno già dimostrato. Anche l’Italia fatica ad adattarsi alle indicazioni dell’UE per parificare l’età pensionabile a 65 anni. Anche Zapatero si prepara alla lotta. «Sono pronto a spiegare i motivi di questa riforma. E sono convinto che alla fine la maggior parte degli spagnoli capirà che qui è in gioco il futuro del nostro Paese». Ovviamente sarà un cambiamento lento e graduale, con «elementi di flessibilità ragionevoli ». Probabilmente saranno esclusi i lavori più pensanti, come i muratori. Sembra uno Zapatero diverso, quello che parla da Bruxelles, dove si sono appena conclusi i lavori del Consiglio europeo. Un leader ormai costretto a prendere provvedimenti. Lo dicono i dati, i conti, i debiti. Rispetto all’anno scorso l’indebitamento è avanzato del 18 per cento. E c’è chi parla già di fine del Psoe.
I sondaggi rivelano che il Psoe ha toccato minimi storici dalla morte del dittatore Francisco Franco. Mancano ancora 15 mesi alle prossime politiche spagnole, ma già il Palazzo della politica a Madrid è agitato dal dibattito sotterraneo aperto sulla successione del premier. Per il «zapaterismo è l’inizio della fine », annuncia in copertina il settimanale Cambio 16 . «Despues de Zapatero, què?» (Cosa, dopo Zapatero?) si interroga Tiempo . Lui intanto avvolge la sua terza candidatura, nel 2012, nel mistero. Non vuole sbilanciarsi, sa che oggi non ne avrebbe la forza. Il suo livello di popolarità è ormai a terra. Ormai in molti, quando pensano al futuro, parlano di Alfredo Rubalcaba, oggi il politico più popolare nel Paese.
«Nel Psoe si parla apertamente del futuro senza Zapatero: è un po’ come discutere del testamento accanto al letto del moribondo» scrive Publico. Anche in Catalogna, la sua regione, nelle elezioni di novembre è uscito distrutto. I socialisti hanno perso la guida della regione e hanno ottenuto il loro peggior risultato di sempre. E i pronostici non sono migliori per le regionali e le amministrative nazionali del maggio 2011. A quel punto allora Zapatero scioglierà il dubbio sulla propria ricandidatura. E allora non sarà semplice.
Manila Alfano
Fonte > Il Giornale

