Archivio per la categoria 'libridine'

18 dic

I FIGLI CI GUARDANO: CHE COSA VEDONO?

Pubblicato da luciano

I figli ci guardano: che cosa vedono?

I figli ci guardano quando predichiamo acqua e poi beviamo vino.

I figli ci guardano quando diciamo di essere pacifisti e poi, per una stupidaggine, litighiamo col vicino.

I figli ci guardano quando diciamo di amare la loro madre e poi ci sentono urlare perché la bistecca è dura.

I figli ci guardano quando compriamo le riviste ecologiche e poi gettiamo a terra il pacchetto di sigarette vuoto.

I figli ci guardano quando esaltiamo la sincerità e poi ci vendiamo per la carriera.

I figli ci guardano andare in chiesa, la domenica, e poi ci sentono bestemmiare il lunedì. 

I figli ci guardano quando diciamo che nella vita conta solo l’amore e poi viviamo solo per il sesso e il denaro.

Teniamo presente lo sguardo muto dei figli, il loro muto giudizio: ci può risparmiare tante nefandezze.

(PINO PELLEGRINO, BAMBINI. LE SCINTILLE DI DIO)

10 dic

CONTRO L’EUTANASIA (di Lucien Israel) un libro da leggere

Pubblicato da luciano

Dobbiamo accettare l’eutanasia per le persone affette da malattie incurabili? Chi può decidere di porre fine alla vita di un uomo? Chi soffre di più, il malato o coloro che lo circondano? In un momento in cui l’eutanasia è al centro di un aspro dibattito anche nel nostro paese, la voce autorevole di Lucien Israel – un uomo di scienza, un laico, un non credente – ci invita a riflettere, qualunque siano le nostre convinzioni e anche a costo di mettere in dubbio le opinioni più accreditate. lsrael ha dedicato tutta la sua vita alla lotta contro il cancro, la sofferenza e la morte. Ha vinto tante battaglie, altre le ha perse e ha accompagnato molti esseri umani negli ultimi mesi e giorni della loro esistenza. Per questo sa di cosa parla quando si interroga, e ci interroga, sui problemi di fine vita. Per lui l’eutanasia non è né un gesto d’umanità né un atto di compassione, ma un progetto che mette in discussione la professione medica e, più in generale, il legame simbolico tra le generazioni. Non solo il medico ha il dovere di non arrendersi alla morte, ma deve anche infondere al suo paziente speranza, fiducia, voglia e forza di lottare. E anche quando la sua vita volgerà al termine, dovrà sempre trasmettergli il senso profondo della sua ‘arte’, che è quello di ‘prendersi cura’ di chi gli si affida. Perché esistono malattie ‘inguaribili’ ma non esistono malattie ‘incurabili’. D’altra parte, l’esperienza dimostra che non è quasi mai il paziente a chiedere di ‘farla finita’, ma le persone sane che lo circondano e non sopportano più il confronto diretto con la sofferenza e la morte, che risvegliano le loro paure ancestrali. Anche l’enfasi con cui da qualche tempo si promuove il cosiddetto ‘testamento biologico’ è piuttosto sospetta. Di certo esprime la domanda di chi sta bene e non vorrebbe mai abbandonare questa condizione. Nelle nostre società ci sono tanti anziani, tante pensioni da pagare, tante cure da prestare, e nella mente di Lucien Israel si insinua un dubbio inquietante e provocatorio: e se l’eutanasia (con tutto ciò che vi ruota intorno) fosse una ’soluzione economica’, una risposta tecnica a un problema pratico, celata dietro la nobile richiesta di una morte dignitosa?

Altri dati

Formato: Brossura
Pagine: 116
Lingua: Italiano
Titolo originale: Les dangers de l’euthanasie
Lingua originale: Francese
Editore: Lindau
Anno di pubblicazione 2007

31 ott

Risorgimento e massoneria: “Camicie rosse & grembiulini” (Avvenire, 29 ottobre 2010)

Pubblicato da luciano

                                                                                                                                 Massimo Introvigne

Avvicinandosi il 2011, si sente sempre più spesso ripetere che il Risorgimento ebbe un carattere massonico. È proprio così? La massoneria in Italia era stata fiorente nel Settecento, e quasi trionfante in epoca napoleonica. Ma, proprio perché si era troppo legata a Napoleone I (1769-1821), era stata repressa e vietata dopo la Restaurazione. Una sua presenza regolare e organizzata in Italia si ritrova solo dall’ottobre 1859, quando a Torino è fondata in ambienti governativi la loggia Ausonia, primo nucleo del futuro Grande Oriente d’Italia. Il contributo della massoneria italiana in quanto corpo formalmente costituito all’unità d’Italia sembrerebbe dunque essere stato in realtà tardivo e modesto. Eppure pochi anni dopo, a partire dal 1861, i massoni e la massoneria avranno un ruolo preponderante nella vita politica e culturale dell’Italia, dando forma, per limitarsi a un solo ma non secondario esempio, alla scuola pubblica con una sequenza di ministri massoni che comprende Francesco De Sanctis (1817-1883), Michele Coppino (1822-1901) e Guido Baccelli (1830-1916). Questa egemonia massonica sarà a tratti soffocante, e finirà soltanto con il fascismo.

Com’è stato possibile, nel giro di pochi anni, alla massoneria italiana diventare, da presenza apparentemente marginale, forza politicamente e culturalmente egemonica? Troviamo gli elementi per una risposta in un libro che prende posto fra i più importanti che preparano l’anniversario del 2011, Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia (Sugarco), dello storico e consigliere parlamentare presso il Senato Francesco Pappalardo. Non solo la biografia di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) aiuta a rispondere alla domanda: il mito stesso di Garibaldi è stato uno dei principali strumenti attraverso cui l’egemonia massonica si è affermata. In epoca napoleonica c’erano in Italia almeno ventimila massoni. Sciolte le logge con la caduta di Napoleone, dove finiscono tutti questi massoni? In parte prendono la via dell’esilio, andando a costituire un’agguerrita presenza di massoni italiani all’estero. Per la parte maggiore entrano, come si dice in termini massonici, in sonno, ma vanno a costituire l’ossatura di un complesso e non unitario sistema di società segrete non formalmente massoniche e, più in generale, di una mentalità che continua a dare il tono a una parte delle élite culturali della penisola, una vera e propria massoneria senza logge.

Garibaldi, con la sua vita nomade e avventurosa, entra in contatto con le reti propriamente massoniche di italiani all’estero e con diverse massonerie straniere. Anche queste sono divise tra loro: ma la corrente razionalista e irreligiosa francese e quella protestante inglese, quando s’interessano alle cose italiane, sono unite da una viva avversione nei confronti della Chiesa Cattolica e del “papismo”, che diventa una vera ossessione anche per il giovane Garibaldi. Nello stesso tempo, Garibaldi stabilisce rapporti con molte delle società segrete che mantengono viva nella penisola, se non la massoneria in senso stretto, una certa mentalità e cultura massonica. Le gesta di Garibaldi in Sudamerica sono forse sopravvalutate, ma sia lo stesso rivoluzionario nizzardo – con un genio della propaganda che gli va riconosciuto – sia Mazzini e le società segrete fanno di tutto perché la sua immagine corrisponda a quella degli eroi dei romanzi popolari tanto importanti all’epoca. Da una parte, Garibaldi rimane incomprensibile senza il rapporto con le massonerie all’estero e le società segrete para-massoniche in Italia. Dall’altra, il nascente mito di Garibaldi offre a questa congerie di società un potente elemento simbolico unificante e, in certi ambienti, effettivamente popolare. E sarà proprio attorno e grazie al mito di Garibaldi – e anche alla sua persona, gran maestro di entrambe le principali obbedienze massoniche italiane e dal 1867 gran maestro onorario a vita del Grande Oriente, con cui pure avrà qualche divergenza – che la massoneria, che ne sarà insieme promotrice, beneficiaria e gelosa custode, riuscirà a imporre in pochi anni la sua egemonia nella nuova Italia.

L’opera di Pappalardo si chiede anche che cosa ci sia dietro il mito di Garibaldi in termini non solo politici ma specificamente massonici e religiosi. Qui nasce, in effetti, un problema per la stessa massoneria. Al mito di Garibaldi non si può rinunciare, ma il suo pensiero è confuso e modesto. Un insospettabile  difensore del Risorgimento come Giovanni Spadolini (1925-1994) ha scritto di Garibaldi che “il fascino del liberatore non permetterà di scorgere la mediocrità del suo pensiero, la vacuità della sua dottrina, l’inconsistenza della sua fede”. Tutte le posizioni in tema di religione che circolano nelle logge massoniche trovano almeno un testo di Garibaldi che va nella loro direzione: l’ateismo, lo spiritismo, il deismo, un vago cristianesimo liberale. L’unico elemento unificante è l’odio furibondo e a tratti persino patologico per la Chiesa Cattolica: morendo, Garibaldi si preoccupa soprattutto che sia rispettata la sua volontà di “non accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato del prete, che considero atroce nemico del genere umano”.

Come ricorda il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano nella Presentazione, il volume di Pappalardo è prezioso perché aiuta a distinguere fra il programma dell’unità d’Italia – che era coltivato anche da persone e ambienti lontanissimi dalla massoneria – e la modalità con cui l’unità fu realizzata prima e dopo il 1861, spesso in effetti secondo programmi massonici che trovarono in Garibaldi il loro simbolo. Questi, nel fare l’Italia erano soprattutto interessati a rifare o a disfare gli italiani, strappandoli alla fede cattolica per inseguire il mito di una nuova nazione, laicista e relativista, non ritrovata nella storia e nella vita reale della penisola ma costruita a tavolino nelle logge.

29 ago

IL MARTELLO DEGLI ERETICI

Pubblicato da luciano

<<Quando si parla agli ignoranti “uomini colti” moderni, anche cristiani, delle vecchie eresie che per secoli e secoli, ripullulando caparbie, hanno lacerato la Chiesa e, senza volerlo, l’hanno servita, c’è da sentirsi rispondere: Archeologia per bigotti e professori di patrologia! Roba da seminari, roba trapassata, spazzatura erudita!

Non è vero nulla. L’errore, benché più prodigo nelle sue forme della verità, non è fecondo all’infinito; si ripete, si riproduce, risuscita con nuove maschere. Sotto quei nomi antichi e strani di catafrigi, di antidicomariniti e di priscillianisti si ritrovano, a volte con sorpresa, utopie o bestialità o false dottrine, che conosciamo benissimo, che molti conoscono o difendono, rifiorite nell’età moderna e vive, alcune, anche oggi fra noi. Traducendole in termini contemporanei si vede subito che possono ancora appassionare gli spregiatori degli antichi eresiologi e che il conoscerle può giovare anche ai nostri più informati contemporanei.

Se dico che Agostino ha passato metà della vita ad azzuffarsi coi Manichei, coi Donatisti, e coi Pelagiani sentite subito puzzo di noia e gran voglia di saltar le pagine, ma se aggiungo che in realtà Agostino pugnò coi Teosofi, coi Protestanti e coi Romantici rizzate subito gli orecchi: vi sentite in paese di conoscenza. Sostituite – come è legittimo, con le debite cautele e limitazioni, sostituire – a Mani, la signora Blavatky, a Donato, Lutero e a Pelagio, Rousseau e vi accorgerete subito che le battaglie e le guerriglie di Agostino non sono reliquie gelide d’una vita defunta, ma come si dece, d’attualità.

Si capisce che queste identificazioni non sono eguaglianze perfette, ma parziali analogie e affinità: approssimazioni e non combaciamenti. Mutati i climi storici, l’aree d’origine, le razze e i problemi anche le facce dell’eresie mutano: l’eterno ritorno non è letteralmente vero neanche nel mondo del pensiero. Pure, scendendo al nucleo germinale, le somiglianze son tante che quelle assimilazioni possono sembrar fantastiche soltanto a coloro che si fermano all’empirìa del contorno storico.

Che il Manicheismo non sia altro – intorno al vecchio dualismo zarathustriano –che un pastone e un intruglio di religioni e filosofie di provenienza diversa l’abbiamo già visto, raccontando il primo invischiamento di Agostino. Come la Teosofia si fa buddista in Asia colla Blavatsky e cristiana in Europa con Steiner anche il Manicheismo fece il medesimo, tingendosi alla buddista in Cina e alla cristiana in occidente. Tanto il Manicheismo che la Teosofia hanno l’astuzia di addormentare i rimorsi dei loro fedeli, togliendo la responsabilità degli atti cattivi: nel primo coll’attribuirla all’invincibile dio delle tenebre, nel secondo col riferirla al Karma, cioè agli effetti di esistenze anteriori. Ma il Manicheismo somiglia alla Teosofia proprio nel metodo sincretista della sua composizione: Epifanio di Salamina lo definì “eresia policefala” e allo stesso modo si potrebbe chiamare la mistura asiatica della signora Blavatsky e dei suoi continuatori. Quanto al dualismo manicheo lo ritroviamo in altri eretici moderni, ad esempio in Renan, che concepiva la religione come una progressiva conquista del principio luminoso, dell’ideale, sul principio tenebroso o materia e animalità. E ritroviamo, in altro aspetto, riflessi dell’Avesta anche in Nietzsche che non per nulla dètte, al vociferare delle sue eruttazioni orgiastiche, il nome di Zarathustra. (…)

(…). Ho riavvicinato il Donatismo al Luteranesimo e, come si vede, con qualche fondamento. Nella ribellione di Lutero c’erano, fin dal principio, motivi o pretesti di ordine teologico ma il caval di battaglia della propaganda protestante fu, e in parte seguita ad essere, l’accusa di tradimento e di corruzione contro la Chiesa di Roma. Per i luterani, come per i donatisti, la chiesa cattolica non è più degna, per le sue colpe e le debolezze dei suoi capi, di rappresentare la verace e primitiva comunità di Cristo: dunque occorre separarsi dal centro d’infezione e istituire una nuova società religiosa che ne prenda il posto. Né le somiglianze fra i due scismi si ferma qui. Nel Donatismo, sotto le giustificazioni dottrinali, si scoprono facilmente i sostrati nazionalisti e proletari che contribuiscono alla sua fortuna, quei medesimi moti che si ritrovano nella Riforma protestante. Il Donatismo è l’oscura ribellione dell’Africa contro il dominio temporale eppoi spirituale di Roma come il protestantesimo fece appello al nascente spirito nazionale germanico perché insorgesse contro l’egemonia straniera, cioè romana. Nel Donatismo sorsero, alla fine del regno di Costantino, delle bande di fanatici, contadini e operai, che correvano le campagne rubando e bastonando al grido di Deo laudes, assaltando e saccheggiando le proprietà dei ricchi e prendendo le parti dei poveri. (…) Questi branchi di villani che colla scusa della religione si danno al brigantaggio con vaghe aspirazioni socialiste non ricordano la famigerata rivolta dei contadini che, in conseguenza del moto luterano, desolò la Germania nel 1524 e nel 1525? Né si dica che c’è, tra Donatismo e Luteranesimo, una differenza sostanziale nel fatto che il primo disapprovava ogni contatto o compromissione col potere politico mentre l’altro, fin dal principio, si servì abilmente degli interessi e delle ambizioni dei principi per ottenerne l’appoggio. Anche i Donatisti, che a discorsi facevano i puri e gli intransigenti, – e che non avevano, anche per il tempo delle persecuzioni, la coscienza pulita, come risulta dagli atti di Cirta- in pratica poi tentaron più volte do ottenere la protezione del governo imperiale e il loro accanimento dipese, in parte, dal non esservi riusciti. L’accostamento tra le due ribellioni antiromane non è, dunque, arbitrario. (…)

L’eresie, diceva San Paolo, son necessarie: non soltanto obbligano gli ortodossi a meglio chiarire la dottrina vera e a formulare via via i dogmi, ma sono un segno della vitalità della fede. Il nemico più terribile della religione non è l’eresia, ma l’indifferenza, lo scetticismo. Una chiesa senza eretici è una chiesa ossificata, ridotta a pura istituzione devozionale e giuridica. Ma le eresie son utili in quanto son combattute, superate e vinte epperciò Agostino, ch’è stato il più eroico combattitore dei suoi tempi, deve agli eretici alcune delle sue idee più profonde e parte della sua gloria>>.

(SANT’AGOSTINO di Giovanni Papini ed. Cantagalli)

17 lug

Giovanni Lindo Ferretti. Partigiano dell’infinito da Togliatti a Benedetto XVI

Pubblicato da luciano

 

 

Giovanni Lindo Ferretti è artista e testimone del proprio tempo fra i più significativi nella cultura italiana del secondo dopoguerra. Il suo impegno in canto, scrittura, teatro e dibattito pubblico lo ha reso importante punto di riferimento per differenti platee: punk degli anni ‘80, giovani di sinistra smarriti nei ‘90, cattolici ferventi e neoconservatori nell’ultimo decennio. La sua svolta politica dal comunismo più o meno eretico a posizioni di destra e il ritorno in seno alla Chiesa di Roma hanno diviso i suoi estimatori e più di un orfano di sinistra ha parlato di tradimento, opportunismo, addirittura follia. Questo libro non solo racconta i principali eventi della sua vita romanzesca, ma fa luce sulla figura pubblica ricostruendone il percorso artistico-politico attraverso parole cantate, scritte o dichiarate in interviste. Sullo sfondo le vicende storiche e le visioni del mondo delle due grandi famiglie da lui frequentate: quella comunista e quella cattolica