Archivio per dicembre, 2010
Regione scandalo, ecco la laurea “gratis” ai dipendenti. Stanziati 700mila euro
Pubblicato da luciano
NAPOLI - E mica li volevamo lasciare solo con la laurea triennale? Perché altrimenti come farebbero i concorsi interni per salire di grado e far scattare verso l’alto gli stipendi? No, per carità. Ed ecco il nuovo piano triennale di formazione per i dipendenti regionali (relatore il dipietrista Nicola Marrazzo), licenziato il 26 ottobre scorso dall’ufficio di presidenza: 700 mila euro per corsi «finalizzati per il conseguimento di crediti formativi per la formazione culturale di primo e secondo livello», nonostante le casse esangui dell’ente e la stretta imposta dalla recente riforma Gelmini.
Eppure i questi nuovi crediti permetteranno agli stessi dipendenti, come già accaduto per la laurea triennale in Scienze dell’amministrazione, di completare il ciclo di studi. Con percorsi personalizzati, lezioni ed esami in sede (presso la sede del consiglio) e valutazioni affidate anche al personale interno. Al riparo da insidie, bocciature, spese e aumenti delle tasse. E senza sobbarcarsi l’onere di recarsi all’università per gli esami. E poi dicono che gli studenti scendono in strada a protestare…
Un passo indietro. Alla fine del 2005 la presidenza del consiglio regionale vara un piano triennale di formazione riservato ai dipendenti del Centro direzionale in possesso del diploma di scuola superiore. Sono i corsi biennali «Codap» e «Modap» tenuti dall’università Parthenope che terminano il 19 dicembre del 2008 con il costo totale, tutto a carico del Consiglio, di 300mila euro. Sono 50 i dipendenti-studenti che vi hanno partecipato. Di mattina al lavoro nel grattacielo dell’Isola F/13, di pomeriggio nelle aule al primo piano dello stesso edificio a seguire diligentemente i corsi.
Travet, insomma di nuova generazione. Ma sono solo corsi di aggiornamento? Macché. Perché la convenzione firmata l’8 giugno del 2006 tra l’ateneo di via Acton e il consiglio indovinate cosa prevedeva? Le materie di quei corsi danno diritto al riconoscimento di crediti utili per il conseguimento della laurea di primo livello. E, guarda caso, 18 materie (compreso l’esame finale in consiglio regionale) per i primi due anni e 12 per il terzo danno diritto, in totale, a 180 crediti (e ben oltre convenzioni simili che arrivano a 120). Ovvero il diritto, quasi matematico, con 180, all’agognata pergamena. Per la discussione della tesi però, che faticaccia, il dipendente-studente stavolta deve per forza recarsi all’università.
E ora dopo ore e ore passate sui libri vogliamo lasciarli solo con la laurea triennale? Non sarà il caso di premiare tutta l’abnegazione di questa cinquantina di dipendenti-studenti con una laurea di secondo livello? Giusto, giustissimo anche secondo le organizzazioni sindacali che pure, è bene chiarirlo, hanno convenzioni di riconoscimento analoghe. Ed ecco che l’ufficio di presidenza del consiglio regionale il 26 ottobre scorso approva «il piano triennale di aggiornamento/formazione per il personale per un costo totale di 700mila euro», compresi «i 250mila necessari per l’avvio delle lezioni».
E a leggere il piano triennale redatto dagli uffici del personale, si «ritiene prioritaria ed improcastinabile la realizzazione di 4 corsi di formazione. Uno finalizzato all’attivazione della posta elettronica certificata, il II livello di informatica (word ed excel), approfondimenti in merito alla riforma Brunetta e, ci siamo, «corsi di formazioni finalizzati all’acquisizione di competenze amministrative per il conseguimento di crediti formativi per la formazione culturale di primo e secondo livello». Abbastanza per aprire le porte all’agognata laurea di secondo livello. Ma anche qui si tratterà di passare sotto le forche caudine di esami difficilissimi.
E infatti fermo restando che «la riforma della pubblica amministrazione – è spiegato nel piano – prevede criteri meritocratici per le progressioni economiche», tutte le attività formative saranno soggette a valutazione. Quali? «Un apposito questionario di gradimento somministrato a fine corso ai partecipanti»…
Adolfo Pappalardo
Fonte > Il Mattino
I FIGLI CI GUARDANO: CHE COSA VEDONO?
Pubblicato da luciano
I figli ci guardano: che cosa vedono?
I figli ci guardano quando predichiamo acqua e poi beviamo vino.
I figli ci guardano quando diciamo di essere pacifisti e poi, per una stupidaggine, litighiamo col vicino.
I figli ci guardano quando diciamo di amare la loro madre e poi ci sentono urlare perché la bistecca è dura.
I figli ci guardano quando compriamo le riviste ecologiche e poi gettiamo a terra il pacchetto di sigarette vuoto.
I figli ci guardano quando esaltiamo la sincerità e poi ci vendiamo per la carriera.
I figli ci guardano andare in chiesa, la domenica, e poi ci sentono bestemmiare il lunedì.
I figli ci guardano quando diciamo che nella vita conta solo l’amore e poi viviamo solo per il sesso e il denaro.
Teniamo presente lo sguardo muto dei figli, il loro muto giudizio: ci può risparmiare tante nefandezze.
(PINO PELLEGRINO, BAMBINI. LE SCINTILLE DI DIO)
IL PALAZZO DEGLI INCREDIBILI
Pubblicato da luciano
di LUCA RICOLFI
C’è qualcosa di surreale nel dibattito di questi mesi in Italia. Se provate a fare una statistica delle parole più ripetute da giornali e televisioni troverete che sono parole come Berlusconi, Fini, Bocchino, Fli, fiducia, sfiducia, maggioranza, voto. Da mesi l’Italia è appesa a un malsano sentimento di sospensione, di incertezza, di attesa. Prima l’attesa per il discorso di Fini a Mirabello (5 settembre), poi quella per il discorso di Berlusconi in parlamento (voto di fiducia del 29 settembre), poi quella per il discorso di Fini a Bastia Umbra (7 novembre), infine quella per il discorso che Berlusconi terrà domani, seguito dal doppio voto di fiducia (al Senato) e di sfiducia (alla Camera). In mezzo le esternazioni di Bersani, di Casini, di Bocchino, le decine e decine di interviste dei leader minori, per non parlare delle penose conferenze stampa dei parlamentari in procinto di cambiare bandiera.
E tutto questo per che cosa? Per un voto che, comunque vada, servirà solo a decidere una manche della partita a tennis che Berlusconi e Fini da due anni stanno giocando sulla pelle di tutti noi. Vista dall’esterno, ad esempio da un qualsiasi Paese europeo, è una situazione ridicola, per non dire tragica.
Mentre il mondo vive una delle più drammatiche crisi dei rapporti internazionali dai tempi della caduta del Muro di Berlino, mentre le economie avanzate si trovano di fronte a rischi immensi (da una stagnazione di anni, fino al crollo dell’euro e del dollaro), mentre gli esperti si dividono sulle migliori terapie da adottare, noi – e dicendo noi parlo innanzitutto dell’informazione – perdiamo ancora del tempo e dell’attenzione a interpretare una frase di Bocchino, a decodificare una battuta di Bossi, a indovinare le intenzioni di un parlamentare «corteggiato» (per non dire altro). Un doppio provincialismo attanaglia il discorso pubblico: siamo provinciali perché parliamo sempre e solo dell’Italia, ma siamo provinciali anche perché, con gli immensi problemi economico-sociali che l’Italia ha di fronte, con le enormi difficoltà che ci attendono, permettiamo al nostro ceto politico di baloccarsi nei suoi giochi di palazzo, nelle sue vanità, nelle sue miserevoli rivalità personali, senza mai metterlo di fronte alle sue responsabilità vere. Che non sono di salvare un governo, o di costituirne uno nuovo, ma di offrire soluzioni credibili. Possibilmente più credibili di quelle che l’attuale governo ha fornito fin qui. A me non pare che i protagonisti dell’attuale tempesta in un bicchier d’acqua parlamentare lo stiano facendo. Non mi pare che siano minimamente credibili.
Non è credibile Berlusconi, che si è permesso il lusso di governare mediocremente in una situazione che avrebbe richiesto ben altre priorità (quanto tempo è stato dissipato sui problemi giudiziari del premier?) e ben altro coraggio (come si può pensare di combattere gli sprechi con i tagli lineari?).
Non è credibile Fini, la cui giusta battaglia per una destra moderna (e normale) è compromessa dai modi in cui viene combattuta e dai soggetti che la conducono. Agli osservatori non accecati dalla passione politica è fin troppo evidente che la scoperta dei limiti del berlusconismo è tardiva, strumentale e insincera. E ancor più evidente è la scorrettezza di combattere una rancorosa guerra politico-personale dalla posizione di presidente della Camera, una scorrettezza istituzionale che le opposizioni non stigmatizzano solo perché, in questa fase, fa loro gioco.
Ma non è credibile, purtroppo, neppure Bersani. Il quale ha perfettamente ragione quando dice che, con i mercati finanziari in agguato, con gli enormi problemi del nostro debito pubblico, non possiamo permetterci di andare alle urne ora. Ma dimentica di aggiungere che, altrettanto se non più pericolosa per la stabilità dell’economia, è la prospettiva su cui l’opposizione di sinistra mostra di giocare le sue carte: quella dell’apertura di una «fase nuova», una stagione di negoziati e manovre politiche il cui sbocco sembra essere un governo degli sconfitti alle ultime elezioni, pudicamente battezzato «governo di responsabilità istituzionale».
Non sono fra quanti assumono che siamo ormai fuori dal regime parlamentare, e che quindi la caduta di un governo implichi automaticamente il ritorno alle urne. Su questo la penso come Giovanni Sartori: la flessibilità dei regimi parlamentari, in virtù della quale, caduta una maggioranza, si può tentare di costituirne un’altra, non è un difetto ma semmai un pregio di tali regimi. Però est modus in rebus. Un conto è ritoccare una maggioranza, un conto è capovolgerla. E, anche ammesso che si voglia e si possa varare un governo degli sconfitti, il punto essenziale è uno solo: un governo per fare cosa?
E’ qui che l’opposizione rivela tutta la sua inconsistenza. Non solo perché è divisa persino sulla legge elettorale (l’unico suo vero cavallo di battaglia), ma perché nessuno ha finora prodotto risposte convincenti alle domande fondamentali. Ad esempio: sulla politica economico-sociale seguireste le idee di Ichino o quelle di Vendola? Quelle dell’ala riformista del Pd o quelle della Cgil? Ancora più sacrifici per ridurre le tasse sui produttori, o più spesa per salvare l’università, la ricerca, la cultura? Un federalismo più responsabile o più solidale? E soprattutto, visto che la torta non cresce più, dove trovare i quattrini di cui c’è bisogno?
Né basta rispondere con le solite formule: riduzione dei costi della politica, contrasto all’evasione fiscale, lotta alle rendite. Su quei versanti le risorse ulteriori che si possono reperire in tempi brevi sono molto scarse (costi della politica), o sono già contabilizzate fin troppo ottimisticamente nella manovra finanziaria (evasione fiscale), o sono armi a doppio taglio (che ne sarebbe delle aste sui titoli di Stato se, in questo frangente, l’Italia decidesse di tassarli di più?). Sono convinto anch’io che ci voglia una nuova agenda economica, e che il prudente attendismo di Tremonti non basti più. Ma il punto è che chiunque aspiri a guidare una nuova politica economica e sociale non può cavarsela con formule propagandistiche. Perché il primo problema di qualsiasi governo europeo in questa fase non è di convincere i propri cittadini, ma di convincere anche i mercati. La mia impressione è che molti critici di Tremonti semplicemente non si rendano conto degli ordini di grandezza in gioco: mentre si discute di alcune centinaia di milioni in più o in meno a qualche ente locale o ministero o istituzione, non ci si rende conto che un aumento anche di un solo punto del costo del nostro debito pubblico ci può presentare, di colpo, un conto da 18 miliardi di euro all’anno, una somma pari ad una Finanziaria e 50-100 volte superiore alle cifre di cui con tanto accanimento si parla e si negozia in questa stagione di tagli.
Per questo la vacuità dell’opposizione è un problema per l’Italia. Se cacciare Berlusconi, o «aprire una nuova fase», bastasse per avviarci a una soluzione dei nostri problemi, non troveremmo nulla di preoccupante nella deriva identitaria del Pd, nel tentativo di Bersani di «scaldare i cuori» più e meglio di Nichi Vendola. Ma purtroppo non è così. Il rischio non è che Berlusconi resti in sella, visto che al suo disarcionamento stanno già lavorando il tempo, la (non infinita) pazienza degli italiani, nonché la sua attitudine ad «autoribaltarsi», come causticamente ha fatto notare Bersani. Il rischio vero è che, nel momento in cui Berlusconi sarà costretto a farsi da parte, non ci sia nessuno abbastanza credibile, e abbastanza ferrato, da saper portare la nave dell’Italia al riparo dalla tempesta che l’attende.
LUCA RICOLFI
Fonte > La Stampa.it
IL MIRAGGIO DEL PORTO DI FORIO
Pubblicato da luciano
(un mio vecchio commento)
tempo fa Il Corriere del Mezzogiorno ha riportato la notizia di un’ennesima sfornata di milioncini (20 milioni di euro!) in favore della portualità isolana. Per la sola Forio 100mila euro destinati al ripristino delle strutture di legno e relativi tendaggi sul pontile detto di “Italia ‘90” (in realtà realizzato ben prima…) e altri due milioncini per il rafforzamento del molo di sopraflutto. (Un “rafforzamento”, sia detto senza alcuna venatura polemica, che non sarà mai sufficiente… come da sempre notano i pescatori, per i quali (ed io sono d’accordo) è una cretinata pensare di continuare a gettare scogli al fine di realizzare 20 metri e più di barriera contro il “potente ponente” foriano in un fondale di oltre 25 metri…ma comunque…).
Insomma, si continua, dopo 60 anni, a buttare soldi a mare in attesa che questo benedetto porto veda la conclusione e con esso arrivino il promesso benessere, lo sviluppo, gli introiti e tutto il resto.
Mi colpisce la leggerezza con la quale gli amministratori locali e regionali continuano a snocciolare cifre, senza mai interrogarsi sulla reale efficacia delle opere che si vanno a finanziarie. Spero che un giorno si apra finalmente e seriamente (soprattutto non “dogmaticamente” o demagogicamente), il dibattito sulla reale necessità, per un paese come Forio, di perseverare sulla strada della realizzazione di una megastruttura, a causa della quale, sino ad ora, siamo riusciti a raggiungere l’unico risultato di aver irrimediabilmente sfregiato e violentato l’identità, il paesaggio e la storia di un luogo unico al mondo. E… non è inutile piangere sul latte versato!!!
A tal riguardo, lascia assolutamente interdetti l’indifferenza con la quale, nel mentre ci si preoccupa, legittimamente e “saggiamente”, di ripristinare tende e tendine (ovviamente opportune e utili) sul pontile degli aliscafi, nessuno spenda una parola in difesa del vecchio molo borbonico di Forio. Un “simbolo”, un “monumento” non solo foriano che cade letteralmente a pezzi, con le pietre, stupende, che si sbriciolano sotto i violenti colpi del mare, del tempo e soprattutto dell’indifferenza, dell’oblio, dell’irresponsabilità. Non si possono non ricordare a tal proposito i recenti orribili lavori che l’hanno parzialmente sepolto sotto l’ennesima vergognosa colata di cemento. Mi riferisco alla strada realizzata proprio alle spalle del molo detto “dei pescatori” (…e a volte penso lo si chiami così in senso molto dispregiativo…) per consentire il passaggio dei camion della NU.
Sogno il giorno in cui l’assessore Cascetta, attento anche alle segnalazioni di un semplice e umile ex chierichetto come il sottoscritto, annuncerà i giusti finanziamenti per riportare questo meraviglioso pezzo di storia agli antichi splendori. Sogno il giorno in cui si spenderanno milioncini per provare a recuperare seriamente l’identità, il paesaggio, l’architettura, le pietre di Forio. Sogno il giorno in cui prima di buttare altri scogli a mare, nel porto come nella baia di S. Francesco, si rifletta bene (…o che almeno si rifletta, anche solo un po’).
Sogno il giorno in cui a Forio si capirà che non servono altre mega infrastrutture, ma che è importante – indispensabile! – provare a salvare il salvabile.
Sogno un futuro figlio del nostro grande passato per cui, prima di ogni altra cosa, si pensi a custodire, preservare, difendere.
Sogno a occhi aperti?
Sì, ma è bellissimo.
Luciano Castaldi (ex consigliere comunale di Forio)
CONTRO L’EUTANASIA (di Lucien Israel) un libro da leggere
Pubblicato da luciano
Dobbiamo accettare l’eutanasia per le persone affette da malattie incurabili? Chi può decidere di porre fine alla vita di un uomo? Chi soffre di più, il malato o coloro che lo circondano? In un momento in cui l’eutanasia è al centro di un aspro dibattito anche nel nostro paese, la voce autorevole di Lucien Israel – un uomo di scienza, un laico, un non credente – ci invita a riflettere, qualunque siano le nostre convinzioni e anche a costo di mettere in dubbio le opinioni più accreditate. lsrael ha dedicato tutta la sua vita alla lotta contro il cancro, la sofferenza e la morte. Ha vinto tante battaglie, altre le ha perse e ha accompagnato molti esseri umani negli ultimi mesi e giorni della loro esistenza. Per questo sa di cosa parla quando si interroga, e ci interroga, sui problemi di fine vita. Per lui l’eutanasia non è né un gesto d’umanità né un atto di compassione, ma un progetto che mette in discussione la professione medica e, più in generale, il legame simbolico tra le generazioni. Non solo il medico ha il dovere di non arrendersi alla morte, ma deve anche infondere al suo paziente speranza, fiducia, voglia e forza di lottare. E anche quando la sua vita volgerà al termine, dovrà sempre trasmettergli il senso profondo della sua ‘arte’, che è quello di ‘prendersi cura’ di chi gli si affida. Perché esistono malattie ‘inguaribili’ ma non esistono malattie ‘incurabili’. D’altra parte, l’esperienza dimostra che non è quasi mai il paziente a chiedere di ‘farla finita’, ma le persone sane che lo circondano e non sopportano più il confronto diretto con la sofferenza e la morte, che risvegliano le loro paure ancestrali. Anche l’enfasi con cui da qualche tempo si promuove il cosiddetto ‘testamento biologico’ è piuttosto sospetta. Di certo esprime la domanda di chi sta bene e non vorrebbe mai abbandonare questa condizione. Nelle nostre società ci sono tanti anziani, tante pensioni da pagare, tante cure da prestare, e nella mente di Lucien Israel si insinua un dubbio inquietante e provocatorio: e se l’eutanasia (con tutto ciò che vi ruota intorno) fosse una ’soluzione economica’, una risposta tecnica a un problema pratico, celata dietro la nobile richiesta di una morte dignitosa?
Altri dati
Formato: Brossura
Pagine: 116
Lingua: Italiano
Titolo originale: Les dangers de l’euthanasie
Lingua originale: Francese
Editore: Lindau
Anno di pubblicazione 2007
