Archivio per ottobre, 2010
Risorgimento e massoneria: “Camicie rosse & grembiulini” (Avvenire, 29 ottobre 2010)
Pubblicato da luciano
Massimo Introvigne
Avvicinandosi il 2011, si sente sempre più spesso ripetere che il Risorgimento ebbe un carattere massonico. È proprio così? La massoneria in Italia era stata fiorente nel Settecento, e quasi trionfante in epoca napoleonica. Ma, proprio perché si era troppo legata a Napoleone I (1769-1821), era stata repressa e vietata dopo la Restaurazione. Una sua presenza regolare e organizzata in Italia si ritrova solo dall’ottobre 1859, quando a Torino è fondata in ambienti governativi la loggia Ausonia, primo nucleo del futuro Grande Oriente d’Italia. Il contributo della massoneria italiana in quanto corpo formalmente costituito all’unità d’Italia sembrerebbe dunque essere stato in realtà tardivo e modesto. Eppure pochi anni dopo, a partire dal 1861, i massoni e la massoneria avranno un ruolo preponderante nella vita politica e culturale dell’Italia, dando forma, per limitarsi a un solo ma non secondario esempio, alla scuola pubblica con una sequenza di ministri massoni che comprende Francesco De Sanctis (1817-1883), Michele Coppino (1822-1901) e Guido Baccelli (1830-1916). Questa egemonia massonica sarà a tratti soffocante, e finirà soltanto con il fascismo.
Com’è stato possibile, nel giro di pochi anni, alla massoneria italiana diventare, da presenza apparentemente marginale, forza politicamente e culturalmente egemonica? Troviamo gli elementi per una risposta in un libro che prende posto fra i più importanti che preparano l’anniversario del 2011, Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia (Sugarco), dello storico e consigliere parlamentare presso il Senato Francesco Pappalardo. Non solo la biografia di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) aiuta a rispondere alla domanda: il mito stesso di Garibaldi è stato uno dei principali strumenti attraverso cui l’egemonia massonica si è affermata. In epoca napoleonica c’erano in Italia almeno ventimila massoni. Sciolte le logge con la caduta di Napoleone, dove finiscono tutti questi massoni? In parte prendono la via dell’esilio, andando a costituire un’agguerrita presenza di massoni italiani all’estero. Per la parte maggiore entrano, come si dice in termini massonici, in sonno, ma vanno a costituire l’ossatura di un complesso e non unitario sistema di società segrete non formalmente massoniche e, più in generale, di una mentalità che continua a dare il tono a una parte delle élite culturali della penisola, una vera e propria massoneria senza logge.
Garibaldi, con la sua vita nomade e avventurosa, entra in contatto con le reti propriamente massoniche di italiani all’estero e con diverse massonerie straniere. Anche queste sono divise tra loro: ma la corrente razionalista e irreligiosa francese e quella protestante inglese, quando s’interessano alle cose italiane, sono unite da una viva avversione nei confronti della Chiesa Cattolica e del “papismo”, che diventa una vera ossessione anche per il giovane Garibaldi. Nello stesso tempo, Garibaldi stabilisce rapporti con molte delle società segrete che mantengono viva nella penisola, se non la massoneria in senso stretto, una certa mentalità e cultura massonica. Le gesta di Garibaldi in Sudamerica sono forse sopravvalutate, ma sia lo stesso rivoluzionario nizzardo – con un genio della propaganda che gli va riconosciuto – sia Mazzini e le società segrete fanno di tutto perché la sua immagine corrisponda a quella degli eroi dei romanzi popolari tanto importanti all’epoca. Da una parte, Garibaldi rimane incomprensibile senza il rapporto con le massonerie all’estero e le società segrete para-massoniche in Italia. Dall’altra, il nascente mito di Garibaldi offre a questa congerie di società un potente elemento simbolico unificante e, in certi ambienti, effettivamente popolare. E sarà proprio attorno e grazie al mito di Garibaldi – e anche alla sua persona, gran maestro di entrambe le principali obbedienze massoniche italiane e dal 1867 gran maestro onorario a vita del Grande Oriente, con cui pure avrà qualche divergenza – che la massoneria, che ne sarà insieme promotrice, beneficiaria e gelosa custode, riuscirà a imporre in pochi anni la sua egemonia nella nuova Italia.
L’opera di Pappalardo si chiede anche che cosa ci sia dietro il mito di Garibaldi in termini non solo politici ma specificamente massonici e religiosi. Qui nasce, in effetti, un problema per la stessa massoneria. Al mito di Garibaldi non si può rinunciare, ma il suo pensiero è confuso e modesto. Un insospettabile difensore del Risorgimento come Giovanni Spadolini (1925-1994) ha scritto di Garibaldi che “il fascino del liberatore non permetterà di scorgere la mediocrità del suo pensiero, la vacuità della sua dottrina, l’inconsistenza della sua fede”. Tutte le posizioni in tema di religione che circolano nelle logge massoniche trovano almeno un testo di Garibaldi che va nella loro direzione: l’ateismo, lo spiritismo, il deismo, un vago cristianesimo liberale. L’unico elemento unificante è l’odio furibondo e a tratti persino patologico per la Chiesa Cattolica: morendo, Garibaldi si preoccupa soprattutto che sia rispettata la sua volontà di “non accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato del prete, che considero atroce nemico del genere umano”.
Come ricorda il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano nella Presentazione, il volume di Pappalardo è prezioso perché aiuta a distinguere fra il programma dell’unità d’Italia – che era coltivato anche da persone e ambienti lontanissimi dalla massoneria – e la modalità con cui l’unità fu realizzata prima e dopo il 1861, spesso in effetti secondo programmi massonici che trovarono in Garibaldi il loro simbolo. Questi, nel fare l’Italia erano soprattutto interessati a rifare o a disfare gli italiani, strappandoli alla fede cattolica per inseguire il mito di una nuova nazione, laicista e relativista, non ritrovata nella storia e nella vita reale della penisola ma costruita a tavolino nelle logge.
LA DOPPIA MORALE DEL FLI
Pubblicato da luciano
Il doppiogiochismo morale dei finiani. Quando si passa dalla loro parte sottobanco, non è “prostituzione” politica.
Ormai ci siamo abituati. I parlamentari italiani sono come le nuvole di una famosa canzone di Fabrizio De Andrè. Vanno, vengono, ritornano e magari si fermano. I «cambi di casacca» sono una costante della vita politica del nostro Paese. Ma, come spesso accade, vige una doppia morale. È una questione di punti di vista: a volte il deputato/senatore che abbandona il suo partito per approdare su altri lidi è un «trasformista», vittima di una meschina operazione di compravendita, altre volte si tratta uomini e donne che assecondano il loro profondo malessere interiore.
Insomma degli esempi di profonda coerenza istituzionale. Per trovare conferma di questa divisione tra buoni e cattivi basta guardare a ciò che è accaduto negli ultimi due mesi. Quando a settembre Silvio Berlusconi si presentò in Aula per chiedere la fiducia in molti puntarono il dito contro la pattuglia di «responsabili» che decise di appoggiarlo. Si parlò a lungo di offerte di incarichi prestigiosi, poltrone da sottosegretario, addirittura ministeri (ad oggi nulla di tutto questo si è verificato). E poco importa che, alcuni motivarono la scelta come il segno di una rottura, come l’esito di un malessere nei confronti dei partiti di appartenenza (vedi l’Udc di Pier Ferdinando Casini ndr).
Erano «venduti» e tali rimasero. Anche i finiani, come prevedibile, si schierarono con gli accusatori. Fabio Granata parlò di «trasformismo», di una pratica «dissennata e molto poco etica», tirò addirittura in ballo la «prostituzione» («ci sono tanti modi per prostituirsi» disse prendendo in prestito alcune affermazioni di Giorgio Stracquadanio). Ora c’è un problema perché lo stesso Granata, ieri, ha annunciato che «Ci sono molti parlamentari interessati, sia alla Camera sia al Senato, a lasciare il Pdl per Futuro e Libertà».
«Ci stiamo lavorando io e Italo Bocchino – ha aggiunto – e il passaggio avverrà certamente entro il meeting di Perugia. A Montecitorio ci sono 2-3 deputati pronti a venire con noi, mentre a Palazzo Madama la situazione è più complessa e particolare: nel Pdl esiste una vasta area abbastanza ampia di malcontento». Ora la domanda nasce spontanea: trattasi di compravendita? Forse bisognerebbe chiederlo agli «oggetti del desiderio» finiano. Il toto-nomi parla del deputato abruzzese Daniele Toto, del piemontese Umberto Rosso e del toscano Alessio Bonciani (in rotta con Denis Verdini potrebbe alla fine decidere di passare con la Lega). Giancarlo Mazzuca, indicato come possibile transfuga, continua a smentire. Mentre Maurizio Scelli e Marcello De Angelis vengono segnalati come «irrequiti». La voce che circola è che mercoledì prossimo i «malpancisti» Toto, Bonciani e Rosso, dovrebbero tenere una conferenza stampa per annunciare il loro ingresso nelle file «nemiche».
A meno che il pressing del Pdl non vada a buon fine. Il Cavaliere avrebbe infatti chiamato i quattro o cinque parlamentari in odore di “fuga”. Mentre per frenare la diaspora da tempo Fabrizio Cicchitto incontra i parlamentari del Pdl, Regione per Regione. Ieri è toccato ad Abruzzo, Calabria e Basilicata. Ma, riferiscono alcuni dei deputati di queste Regioni, sarebbero stati invitati solo gli ex azzurri. Fatto che avrebbe indispettito alcuni ex An.
Fonte > Il Tempo
Chi mette al mondo figli deve essere sanamente invidiato
Pubblicato da luciano
TRE PROPOSTE A COSTO ZERO PER INCENTIVARE LA GENERATIVITÀ
ALESSANDRO COLOMBO
T empi di tagli e austerità.
Tempi in cui i governi d’Europa riducono eccessi di spesa e spese necessarie. Meglio tardi che mai. Si sarebbe dovuto fare da tempo. Mentre tutto cambiava, restava fermo solo un modello universalistico di assistenza che, più passa il tempo, più premia chi ha e non fa e punisce chi non ha e fa. Il sistema di welfare ne risentirà. Ma i rischi delle manovre sono importanti. Il principale è pensare di mantenere il vecchio sistema con meno soldi. E invece occorre ripensare da capo il sistema di welfare; ma è troppo presto per annoiare politici su questioni per cui adesso non hanno orecchi. Meglio, allora, porre un’altra questione: attiviamo adesso le iniziative a costo zero per un nuovo welfare.
Cominciamo con la prima gigantesca questione: fare figli. Lasciamo stare qui, per il motivo appena detto, la battaglia sacrosanta del quoziente familiare. Si possono attivare subito e senza spesa iniziative per il riconoscimento sociale della generatività, restituendo alle famiglie la loro prima risorsa: il tempo.
Generare e allevare esseri umani è il più importante contributo allo sviluppo di un sistema. Farlo in Italia è considerato affare privato, da pazzi o da ricchi: manca il riconoscimento sociale di questa intrapresa. In tutta Europa, con l’eccezione del triste e vano laboratorio spagnolo di Zapatero, le politiche familiari stanno scommettendo sul tempo come risorsa della famiglia. Ecco, allora, tre modeste idee per i politici italiani che non vogliono nascondersi dietro la scusa dei tagli.
1. Una ‘kids card’. Alla nascita del secondo figlio i due genitori ricevono una tessera identificativa con la quale accedono a casse riservate ai supermercati (perché solo handicappati o – paradosso dei paradossi – quando le donne sono incinte? Sono forse ‘malate’?), ai parcheggi riservati di quel supermercato e della città, alla raccolta punti di tutta la grande distribuzione (non solo questo o quel supermercato) e al trasporto pubblico locale (è davvero una sciagura per le casse pubbliche viaggiare sui mezzi e treni locali con due figli gratis fino ai loro 10 anni?).
2. I tempi dei servizi pubblici. Anagrafi, asl e quant’altro hanno orari fruibili solo per chi ci lavora o per chi non lavora. Chi lavora, e si prende cura di altri, deve fare salti mortali. Sembra che siano i cittadini a servizio degli uffici, non viceversa. Basterebbe eliminare orari nel mezzo della giornata e aprire prima la mattina e chiudere alle 9 di sera. E poi, come accade in altri contesti: perché non aprire sportelli pubblici nei grandi magazzini, così da ottimizzare i tempi delle famiglie?
3. Luoghi pubblici e musei. Perché i ristoranti e altri locali o siti pubblici sono vessati da norme sulle barriere architettoniche e non sono invece obbligati ad avere semplici seggiolini o stanze per cambiare i bambini? E poi: per quale motivo gli ultra 65enni accedono a musei e iniziative gratuitamente o a prezzi fortemente agevolati e i bambini beneficiano solo di sconti irrisori? Anche qui: è impensabile che a tutti i musei i figli accedano gratis fino ai 10 anni?
Si dirà che già in parte lo si fa, che è difficile, che occorre studiare la questione anche con i sindacati… Tocca alla politica non trasformare le difficoltà in obiezioni. Ma non evitiamo il punto: si può operare subito e senza pagare un euro una piccola grande (e doverosa) rivoluzione: tempi e spazi pubblici ritagliati su coloro che generano e si prendono cura. Bisogna che si creino dei ‘privilegi’ pubblici per chi genera, che la gente si accorga della differenza, concretamente, attivando corsie preferenziali e preferenze visibili, tornando a percepire una cultura del rispetto per la famiglia. Il welfare di domani dipenderà dai bambini di oggi.
Occorre che i genitori siano riconosciuti, sanamente invidiati e, quindi, imitati. Non lasciamo solo all’Ikea la cultura della genitorialità…
FONTE AVVENIRE
STUPIDE GALLINE CHE SI AZZUFFANO PER NIENTE
Pubblicato da luciano
Forio è precipitata nella fogna. Anzi, somiglia sempre più a una fogna. Con la sua gioventù spenta e incapace di progettare il proprio futuro. Con gli edifici scolastici in disuso. Con il lungo mare che si sbriciola. Con la bruttezza dilagante. Con le strade impraticabili. Con un traffico degno delle peggiori megalopoli asiatiche. Con un degrado sempre più crescente ed evidente. Con una cricca al potere che si sente onnipotente e che non si ferma dinanzi a nulla. Con la gente che allegramente impazzisce dietro le scommesse sportive.
È “Cava delle pezze” il vero simbolo della decadenza paesana (macchine in doppia e tripla fila, motorini parcheggiati ovunque, schiamazzi e… code al botteghino…).
Ebbene, in un contesto sociale così “talebanizzato”, tiene incredibilmente banco la polemica sugli “inviti” non pervenuti.
Intere paginate di giornale dedicate al sindaco che protesta per un mancato invito a un’iniziativa “culturale”. E, naturalmente, repliche, controrepliche, commenti e opinioni. Ci si appella persino a parole quali “correttezza”, “valori”, “rispetto”.
Appena qualche settimana fa, a finire sul banco degli imputati era proprio il sindaco che oggi si lamenta. Veniva a Forio la squadra nazionale di scherma e il primo cittadino dimenticava di invitare all’evento le locali società sportive. Da qui le indignate proteste, gli articoli sul quotidiano isolano, i commenti e le opinioni. Anche allora si parlava di “correttezza”, “valori”, “rispetto”.
Si tratta come tutti hanno capito, solo di stupide diatribe personalistiche.
Stupide galline che si azzuffano per niente.
Perciò mi viene da esclamare: ma chi se ne fotte?
CAMPANIA, UN DISASTRO FINANZIARIO
Pubblicato da luciano
Con mutui e bond la Regione ha violato la Costituzione». È uno dei pesanti rilievi mossi dagli «007» del ministero dell’Economia nel rapporto (i cui contenuti sono stati anticipati dal Mattino il 29 agosto) confluito nella relazione del Ragioniere generale dello Stato Mario Canzio e inviata a Giulio Tremonti al termine dell’ispezione durata due mesi. Dall’indagine, scattata in seguito allo sforamento del patto di stabilità e sollecitata dal governatore Stefano Caldoro, emerge un quadro drammatico della situazione finanziaria di Palazzo Santa Lucia: l’indebitamento complessivo ha raggiunto i 13 miliardi di euro (il boom, in base a quanto accertato, si è registrato in cinque anni, dal 2004 al 2008), la spesa è fuori controllo e le risorse in cassa scarseggiano.
I ripetuti allarmi lanciati pubblicamente dal presidente della Regione erano dunque fondati. Si lavora, a questo punto, al piano di stabilizzazione che sarà pronto nelle prossime settimane e con cui l’ente punta a superare l’emergenza.
Le operazioni finanziarie
Canzio non ha dubbi: dal 2005 al 2008 si è fatto ricorso all’indebitamento non per finanziare investimenti ma per sostenere la spesa corrente. Qualche esempio? «Le somme ottenute a seguito dell’emissione di bond nel 2006 – scrive l’esperto – sono state in parte utilizzate per concedere contributi in conto interessi in favore di soggetti privati, per pagare le retribuzioni degli operatori forestali e il servizio di antincendio boschivo, per finanziare iniziative di interesse turistico quali fiere, mostre, contributi a case di produzione cinematografica e per opere di manutenzione ordinaria». Nel 2008, poi, i mutui sono stati impiegati per «generici contributi a soggetti esterni e per la copertura di perdite pregresse di società partecipate». Tutte procedure in violazione dell’articolo 119, comma 6, della Costituzione su cui sarà chiamata ad esprimersi la Corte dei Conti.
La cassa
L’ente sta affrontando da mesi una crisi di liquidità senza precedenti. Basti pensare che al 31 dicembre 2009 in cassa c’erano circa 240 milioni, scesi a 50 sei mesi dopo. Il 31 luglio scorso, invece, la Regione aveva a disposizione 80 milioni e, trenta giorni dopo, circa 357 milioni. Ma perché questa sofferenza? Uno dei motivi principali è il continuo ricorso ad anticipazioni di liquidità per garantire il funzionamento della macchina sanitaria e per pagare gli stipendi dei dipendenti. Ciò in quanto le Asl hanno i conti correnti pignorati per complessivi 1,5 miliardi. Proprio il deficit di cassa rappresenta, secondo gli ispettori, «il problema più preoccupante, nel breve periodo, perché rappresenta verosimilmente il versante sul quale si potrebbe manifestare una vera e propria situazione di impossibilità a far fronte agli impegni verso fornitori e finanziatori». Per gli «007», insomma, il bilancio è candidato al default, ovvero al fallimento.
I residui
A fronte di un indebitamento complessivo che raggiunge i 13 miliardi, c’è una parte consistente di residui attivi (crediti non riscossi) che quasi sicuramente non potranno essere recuperati. Ciò rischia di aggravare il già drammatico deficit.
La sanità
Nonostante gli sforzi messi in campo nell’ambito del piano di rientro, il settore «versa tuttora in una situazione di difficoltà, legata ai ritardi nell’attuazione delle prescrizioni» del governo. Nelle ultime settimane, però, la struttura commissariale ha messo in campo uno sprint varando una serie di misure importanti: il piano di razionalizzazione della rete ospedaliera e territoriale; il ticket su farmaci, codici bianchi, visite specialistiche e cure termali; il protocollo d’intesa con i Policlinici. Giovedì prossimo è in programma a Roma il vertice con i tecnici dei ministeri dell’Economia e della Salute per valutare l’entità di questi interventi.
Le società miste
Anche in questo caso le perdite prodotte, avvertono i collaboratori di Tremonti, non vanno sottovalutate. Nel 2008, infatti, le aziende partecipate hanno accumulato un deficit pari a 52 milioni. Peraltro tale comparto è quasi interamente dipendente dalle risorse pubbliche: le società dei trasporti per una quota del 71,75%, mentre tutte le altre addirittura per il 92,99%. Senza i fondi della Regione, dunque, queste aziende non potrebbero sopravvivere.
Il personale
Costa troppo. Per i propri dipendenti, che sono complessivamente 6.500, l’ente spende circa 400 milioni. Una cifra che, in base a quanto scrive il ragioniere dello Stato, dev’essere ridotta.
Gerardo Ausiello
