Archivio per settembre, 2010

16 set

IL NEGRO OLVIDADO

Pubblicato da luciano

Appello per la liberazione di Oscar Elias Biscet, “prigioniero di coscienza” cubano.

 Da qualche giorno il sito www.fedecultura.com ha lanciato una campagna in favore della liberazione di Oscar Elias Biscet, un prigioniero “di coscienza” cubano. Un appello a cui invito tutti ad aderire anche attraverso l’acquisto della maglietta che viene pubblicizzata.  “Oscar è un eroe che, vogliamo ricordare nella preghiera e sulle magliette, non è un guerrigliero, né un fanatico dell’ideologia. E’ un cattolico, un nero, un medico che crede nella dignità della persona: per tutti questi motivi, è un perseguitato. Per Amnesty International, Human rights first, Freddom now, per migliaia e migliaia di cubani, è un “prigioniero di coscienza” e un vero eroe.

Biscet è nato all’Avana, nel 1961. Nel 1985 si è laureato in medicina, per poi creare, nel 1997, la fondazione Lawton per i diritti umani: tra questi egli pone, al primo posto, il diritto alla Vita. Diritto alla vita violato costantemente in un paese in cui esistono la pena di morte per i nemici politici; in cui organismi governativi sostengono la liceità della clonazione umana cosiddetta “terapeutica”, contro l’ “atteggiamento oscurantista”, a loro dire, di chi si oppone; in cui esiste l’aborto forzato, per motivi di ricerca medica, e il tasso di abortività è circa 5 volte quello italiano; in cui l’uso del farmaco Rivanol come abortivo determina il fatto che nel caso di fallimento, cioè in un’alta percentuale, il bambino viene ucciso (infanticidio) per soffocamento, per emorragia, tagliando il cordone ombelicale, o lasciandolo morire senza assistenza; in cui il turismo sessuale, anche pedofilo, che è per molti cubani e cubane l’unico modo per sopravvivere, porta ad una tasso altissimo di aborti e di aborti su giovanissime! In un paese in cui embrioni e feti sono spesso utilizzati e uccisi a scopo di ricerca, nel più perfetto stile nazi-comunista, a vantaggio di persone provenenti dai paesi più ricchi. Per la sua battaglia “contra del aborto, eutanasia y el fusilamiento”, cioè a favore della vita dei più piccoli, contro il degrado umano, contro la pena di morte e la tortura per i dissidenti e contro l’eutanasia, praticata su malati poveri, che si rivelano un peso economico, Biscet è stato aggredito, picchiato, additato come pazzo. Poi allontanato dal suo lavoro, rinchiuso in galera dal 3 novembre 1999 e al 31 ottobre 2002 con l’accusa, fasulla, di “insulti ai simboli della patria”, “pubblico disordine” e “incitamento a commettere crimine”. Nel 2003 Biscet è stato nuovamente condannato, questa volta a 25 anni di prigione: oggi giace nella stessa isola in cui sorge Guantanamo, in condizioni terrificanti e disumane. La sua cella è senza finestre, senza bagno, umida, sporca, infestata dai vermi e senz’acqua. La sua salute è rovinata. Ha perso quasi tutti i denti, ma non il coraggio. Manda a dire ai suoi sostenitori: “La mia coscienza e il mio spirito stanno bene”. Biscet è forse, vista la lunghezza della sua pena, il massimo prigioniero di coscienza oggi al mondo.

Lo chiamano anche il “negro olvidado” (il “negro dimenticato”).

Noi, invece, vogliamo ricordarlo e chiederne la liberazione.

16 set

LA “PRIMA” DELLE LEZIONI

Pubblicato da luciano

di Luciano Castaldi

Le Torri Gemelle, Gomorra, gli appalti truccati, i precari… forse dovremmo iniziare a guardarci dentro per capire tutte le follie del mondo…

Caterina, la maggiore delle mie figlie frequenterà quest’anno la terza elementare. Oddio, già la terza! Francesca invece andrà in prima. Oddio, pure lei già a scuola! Come passa il tempo! Oggi, prima di uscire di casa (è ancora presto quando esco di casa), mi sono soffermato un po’ nella loro cameretta. Le contemplo qualche istante mentre dormono e mi sento come S. Pietro davanti al miracolo della trasfigurazione…

Sono felice e soddisfatto. Finalmente esco di casa. Verso mezzogiorno telefono a casa per avvisare che rientrerò in tempo per il pranzo, ma nessuno risponde. Tutti usciti: c’è il “sorteggio” per la formazione delle prime classi. La tensione sale. “C… Cribbio! Come ho fatto a dimenticare un appuntamento così importante?”. Da giorni i genitori dei bambini che frequenteranno la prima elementare a Lacco Ameno (che per me è sempre il paradiso, quindi non oso pensare a quel che avviene altrove, per esempio a Forio…) sono in fibrillazione. È una febbre incontenibile. Si va dai semplici auspici sussurrati sottovoce mentre si scorre la fila coi carrelli al supermercato… ai toni fieri e audaci: “Dobbiamo fare qualcosa. Non è possibile che mio figlio vada con la maestra Tizia. La maestra Caia poi non è severa al punto giusto. Sempronia urla senza farli giocare. Saveria ha un metodo sorpassato. Genoveffa assegna troppi compiti a casa… Alla fine si salva solo Romina”. Allora che si fa? Tutti vogliono Romina.

Ma che razza di discorsi sono? Bellissima questa esplosione di interesse per il futuro scolastico dei propri figli. Ma…. Qualcosa non quadra. Siamo improvvisamente diventati tutti esperti “pedagoghi”. Come quando ai mondiali ci sentiamo tutti CT.

Mi chiedo pure cosa penseranno questi piccoli studenti quando, dopo aver assistito in casa a cotante discettazioni (non facciamoci illusioni: i bambini ascoltano tutto), entreranno a scuola la prima volta e si troveranno al cospetto della maestra sgradita a mamma e a papà. E come si comporteranno quando saranno richiamati all’ordine? O, ancora, quando sarà loro chiesto maggiore impegno? In un contesto dominato dalla così detta “emergenza educativa”, questa “piccola” vicenda di Lacco Ameno, diventa perciò davvero emblematica.

LA SCUOLA AL SERVIZIO DELLA FAMIGLIA.

Non voglio far prediche. Anch’io ho fatto scelte ben precise. Ho, per esempio, evitato di iscrivere le mie figlie dove è imposto il così detto “tempo pieno” (una recente ricerca conferma che non è dal tempo che si resta a scuola che si misura la qualità della nostra scuola. Anzi, in Italia siamo al primo posto per numero di ore frequentate e agli ultimissimi per grado di preparazione dei nostri studenti. Questo vorrà pur dire qualcosa.). Penso, infatti, che la famiglia giochi un ruolo decisivo, il più importante, per la crescita delle nuove generazioni. È certamente la scuola che deve essere al servizio della famiglia e non il contrario. Perciò, quando è possibile, bisognerebbe far di tutto per assecondare i desideri, le esigenze, le richieste dei genitori. Ma una società migliore nasce anche e soprattutto dal rispetto delle regole, dalla correttezza, dall’etica della responsabilità, dalla certezza del diritto, dal saper affrontare ed accettare i nostri doveri e impegni quotidiani. Senza furbizie. Senza doppi giochi. Senza scorciatoie. Senza arrivare all’elezione della maestra, del maestro, del parroco o… dell’allenatore di pallacanestro… Perché, sì d’accordo sulla “democrazia”. Ma poi che facciamo, alla prima lezione noiosa, ricorriamo alle elezioni anticipate?

Proprio per dare una risposta seria a questa incredibile ondata di sciocchezze i dirigenti scolastici di Lacco Ameno hanno pensato di tagliare la “testa al toro” e di affidare tutto alla “sorte”. Devono pure aver perso parecchio del loro tempo prezioso per assicurare il massimo della trasparenza. Le urne, i bigliettini, i bambini chiamati a estrarre i nomi… quasi si fosse trattato della composizione dei gironi della coppa dei Campioni…  Tutto bene, come al superenalotto… Ma, guarda caso, due sole “amnesie”. Due bambini, figli di due esponenti politici paesani, che sono stati inseriti dopo, a cose già fatte. Inseriti, naturalmente per caso, nelle classi con le maestre più “quotate”. Dunque per loro niente “sorteggio”. Quando si dice “i casi della vita”. Quando si dice: formiamo così la “classe” dirigente del futuro. Di tutti noi ho vergogna.

14 set

Messori: Mazzini morì da latitante

Pubblicato da luciano

Tra gli storiografi fanatici del Risorgimento, Vittorio Messori è il «mostro di Rimini», perché accusato, con leggerezza, di aver chiesto una «Norimberga» per i crimini ordinati da Cavour, Garibaldi e Mazzini, quando al meeting di Comunione e liberazione, nel 1990, presentando il suo libro Un italiano serio, registrò, dando l’impressione di raccogliere, la provocazione di uno storico intervenuto al suo fianco, Mario Cecchetto.

Ora che con Mario Martone e il suo convincente affresco cinematografico sul Risorgimento, Noi credevamo, molte zone d’ombra del Risorgimento italiano vengono indagate, fino a mostrare un Mazzini «terrorista», per molti simile a Bin Laden o Toni Negri, Messori potrebbe prendersi la sua rivincita. Ma, prima di tutto, premette che non ha mai parlato di una Norimberga per il Risorgimento, perché – racconta al Riformista in una conversazione telefonica – «reputo Norimberga una mostruosità giuridica: perché gli uomini di Stalin giudicavano gli uomini di Hitler, perché si creò un reato retroattivo… non dico che non dovessero fare quella fine i criminali contro l’umanità, ma ci poteva essere la giustizia sul campo, militare, non un processo spettacolare: era una battuta che ho ripetuto, ma non ho fatto mia… nessuna Norimberga per Mazzini…».

Sul film di Martone si dice meravigliato di tanto stupore. «Ben venga il film che indaga su certe ombre… ma si sa che ai tempi della breccia di Porta Pia, Mazzini aveva due condanne a morte, una della giustizia piemontese e una da quella poi italiana, ufficiale. E morì a Pisa, da latitante, con un passaporto falso, si chiamava mr. Smith, ma la polizia e i principali governi sapevano che era lui, ma tutti facevano finta di niente. Questo li storici lo sanno. Era un terrorista che viveva agiatamente a Londra, dove decideva della vita e della morte di molte persone. Un capo da Brigate rosse… un cattivo maestro».

Più che Toni Negri, però, a molti ha ricordato Osama Bin Laden, usato da un governo che ufficialmente poi lo condanna. Ma per Messori il paragone tra Mazzini, in rapporto ai piemontesi e ai terrorsti patrioti, e l’ex alleato Usa ora nemico pubblico numero uno non sussiste, perché Bin Laden non esiste. «La storia è sempre uguale e molto diversa. Questo è un paragone che non può reggere. Mazzini è stato quello che oggi chiamiamo un terrorista, e non lo diciamo noi, ma la giustizia piemontese e poi italiana. Come Cesare Battisti fuggito in Brasile… c’è da discutere? No, la giustizia si è pronunciata. Su Bin Laden, che dire: io faccio parte della scuola vituperata di coloro che pensano che non esista, che sia morto ucciso o di vecchiaia, che sia stato una marionetta della Cia, come pretesto per invasioni e guerre. Bin Laden è una testa di turco inventata dagli americani. Il Bin Laden amico della famiglia Bush è morto da tempo»

Da cattolico, Messori mette a fuoco meglio il suo pensiero “laico” sul Risorgimento. «Non ho simpatia particolare per don Sturzo, ma sto con lui quando prima ancora dei Patti lateranensi sintetizzò il giudizio cattolico sul Risorgimento così: l’unità d’Italia fu un bene, una necessità storica, per raggiungere il quale, si è fatto anche molto male. Io non sto con la retorica utopistica del Risorgimento, né con quella anti-unitaria, sono un anti-retorico, della scuola torinese di Norberto Bobbio, di Galante Garrone, con cui mi sono laureato con una tesi sul Risorgimento».

Com’è diventato il «mostro di Rimini»? «Fui accusato di una frase che non era mia. Uno storico vicino a me, Mario Cecchetto, durante la presentazione del mio libro Un italiano serio, sul patriota Beato Faà di Bruno, che ricordava le infamie della guerra contro il brigantaggio, disse che ci voleva una Norimberga. Io dissi “perché no?”. Ma era una battuta, e si scatenò la bagarre, assurda perché, come ho detto, non credo fosse legittimo sul piano giuridico il processo di Norimberga, quindi non potevo volerlo come giusto processo per Cavour, Mazzini e Garibaldi. Certo, la guerra al brigantaggio fu peggio della repressione giacobina in Vandea, una autentica guerra di sterminio; morirono in tanti, almeno cinque o sei volte in più di quanti morirono nelle cosiddette battaglie del Risorgimento».

Il film di Martone aprirà la strada a una rivisitazione, a un revisionismo collettivo, a livello di immaginario, sul Risorgimento? «No, non c’è nulla da rivisitare. Tutti gli storici sanno che Mazzini morì da latitante, che Garibaldi portava i capelli lunghi, il biondo eroe cantato anche da Giuseppe Carducci, perché in Argentina ai ladri di cavalli tagliavano un orecchio, che il re d’Italia non parlava italiano che Cavour non vide mai Roma, arrivò a Firenze». Come Renzo Bossi. «Esatto».

Luca Mastrantonio  (fonte Il Riformista)

12 set

Quando la democrazia si fa totalitaria

Pubblicato da luciano

Ringrazio sentitamente Giordano Bruno Guerri per l’intelligente articolo pubblicato su Il Giornale di oggi. Faccio mio l’inizio di questo articolo “sgomento, repulsione, disgusto, vergogna, sdegno”; una madre che ha avuto il torto, per le istituzioni assistenziali, di voler mettere al mondo ugualmente sua figlia nonostante le pressioni ad aderire all’aborto, è stata privata della bambina appena dopo due mesi, durante i quali non ha potuto vederla neanche una volta. Questa bambina, con una sentenza della magistratura, è stata dichiarata adottabile. Uno Stato che nella sua Costituzione mette al centro la persona e la famiglia, avrebbe dovuto aiutare una madre desiderosa di compiere la sua personalità nella maternità e, a fronte di difficoltà economiche, avrebbe dovuto cercare, innanzitutto, di aiutare questa donna a migliorare la sua situazione e non intervenire brutalmente togliendole la figlia – con un piglio che ricorda l’arroganza e la violenza dei regimi totalitari, che pensavamo fossero stati definitivamente archiviati. Ma forse aveva ragione la grande studiosa ebraica Anna Harendt che denunciava, cinquant’anni fa, la possibilità che la stessa democrazia delle procedure corrette e della divisione delle istituzioni avrebbe potuto assumere il volto del totalitarismo: Anna Harendt, infatti, parlava di “democrazia totalitaria”.

Un avvenimento come quello di Trento è certamente un segnale preoccupante di una concezione totalitaria della vita sociale e delle istituzioni che tentano di sradicare il singolo individuo, considerato come tale, dai suoi diritti, dalle sue esigenze fondamentali e dalla sua ultima libertà di coscienza e di azione. “Quanto dolore feroce e inutile”- è ancora un’espressione di Giordano Bruno Guerri; non lo so se la cosa si risolverà con interventi alle varie istanze di appello, resta il fatto che è stato compiuto un delitto innominabile contro una persona, contro la sua libertà, contro il sacrosanto diritto a generare figli e a poterli educare come persone libere e responsabili, generate in un contesto familiare. E non mi si venga a dire che la madre era separata, perché anche in questo caso lo Stato avrebbe dovuto assumere la responsabilità di creare una condizione, in qualche modo di supplenza, attraverso un aiuto chiesto alle molte, molte strutture che si occupano di situazioni gravi come quello della madre di questa bambina. E mi si permetta un’ultima domanda: perché questo silenzio da parte delle istituzioni, soprattutto quelle che lodevolmente, in questi anni, si sono occupate della difesa e della promozione della vita umana? Io faccio fatica a giustificare un silenzio come questo e faccio fatica a pensare che ci siano ragioni adeguate per questo silenzio; preferisco dire a me e a coloro che sono rimasti silenziosi che il silenzio è imperdonabile perché diventa, volenti o no, una connivenza.

Affido questa bambina e sua madre alla protezione della Beata Vergine delle Grazie perché, al di là e al di sopra di tutta la violenza mascherata di correttezza procedurale, la Madonna protegga questa madre e sua figlia. Ma la colpa di questa donna – diciamo le cose con chiarezza -, non è stata forse quella di essersi opposta alla volontà di coloro che volevano farla abortire? E tutta questa vicenda può essere intesa anche come un’orrenda rappresaglia verso chi non aveva accettato la logica dominante che alla prima difficoltà nel parto, di qualsiasi tipo, risponde con l’aborto, che è il modo sentito più indolore per risolvere questioni che, invece, dovrebbero essere risolte con ben altra responsabilità e capacità.

Pennabilli, 10 Settembre 2010

+Luigi Negri

Vescovo di San Marino-Montefeltro

7 set

MIO PADRE MINATORE E NAPOLITANO (di A. Socci)

Pubblicato da luciano

Mio padre minatore e Napolitano

Napolitano come autorità morale della nazione? Non mi piace l’idea che viene prospettata sempre più spesso da giornali e sondaggi e vagheggiata implicitamente pure dal cardinal Bagnasco, a proposito della vicenda di Melfi.

Napolitano è un funzionario dello Stato, il primo in quanto presidente della Repubblica. Mi auguro che faccia quel rispettabile mestiere in modo super partes, come un notaio, non come lo sta facendo adesso, vistosamente impegnato a tessere delle sue politiche (per esempio verso la Lega) con modi ovattati e furbi che ricordano la sua precedente vita nel Pci di Togliatti.

Riconosco che certe volte si è mostrato super partes e non mi pare che sia, dal punto di vista caratteriale, livoroso e ampolloso come il pessimo predecessore Scalfaro. A differenza di costui, Napolitano, essendo ateo, non si ritiene il padreterno. E’ già qualcosa.

Ma quanto a “padri della patria” e autorità morali, se permettete, guardo altrove. A Napolitano personalmente preferisco il suo opposto speculare: mio padre, Silvano, che ha passato tutta la vita a “combattere i Napolitano”.

I due hanno fatto una vita antitetica. Sono nati entrambi nel 1925. Napolitano in una famiglia benestante che lo ha fatto studiare, mio padre in una famiglia di minatori, che a nove anni gli ha fatto lasciare le elementari e lo ha mandato a guadagnarsi il pane.

Nel 1938-39, a 14 anni, Napolitano fu iscritto al liceo classico Umberto I di Napoli e mio padre alle miniere di carbone di Castellina in Chianti.

Nel 1942 Napolitano entrava all’università, facoltà di Giurisprudenza, e mio padre, desideroso di studiare, usava il poco tempo fuori della miniera leggendo  i libri datigli dal parroco del paese.

In questi anni di guerra Napolitano si iscrive al Guf, il Gruppo universitario fascista, collaborando col settimanale “IX Maggio”. Mentre mio padre approfondisce la sua fede cattolica e comincia a detestare la barbarie della guerra, l’ingiustizia che vede attorno a sé e le dittature.

Nel 1945 Napolitano aderisce al Partito Comunista italiano e mio padre prende contatto con la Democrazia cristiana. Nel 1947 Napolitano si laurea e partecipa alle epiche elezioni del 1948, a Napoli, come dirigente del Pci di cui Togliatti è il “commissario” e Stalin il padrone indiscusso.

Mio padre vive quelle elezioni – decisive per il futuro e la libertà dell’Italia – facendo campagna elettorale per la Dc nella terra più rossa d’Italia, prendendosi insulti e minacce (che per fortuna rimangono tali dal momento che a vincere è la Dc).

Nel 1953 Napolitano viene eletto deputato del Pci e come tutti i dirigenti comunisti che non hanno mai lavorato un giorno in una fabbrica, in un campo o in una miniera pretende di rappresentare i lavoratori italiani e di parlare a nome loro.

Nello stesso anno mio padre, che lavoratore lo era, in un incidente di miniera subisce l’amputazione di una mano e rischia di morire dissanguato (salvato solo dal gelo della notte invernale che ghiacciò il sangue e lo fermò).

In quel 1953 morì Stalin. Il più sanguinario e longevo dei tiranni aveva soggiogato con i carri armati metà Europa e minacciava pure l’Italia, ma il Pci lo faceva venerare alle masse come il più grande benefattore dell’umanità.

Il giorno dopo la sua morte, infatti, il 6 marzo 1953, “l’Unità” uscì con questa monumentale prima pagina: “Stalin è morto. Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità”.

Seguivano pagine e pagine di encomi adoranti. Mio padre che già nel 1950 era riuscito a procurarsi una copia di “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler, cercava di spiegare la verità su questo bestiale tiranno a tanti suoi compagni di lavoro, imbrogliati dalla propaganda del Pci, partito complice di Stalin e propalatore in Occidente dalle sue stomachevoli menzogne.

Fior di intellettuali e politici che in quei decenni avevano tutti i mezzi per riconoscere cos’era il comunismo e denunciarne gli abomini  (anche perché si recavano in Urss) si rifiutarono di farlo, continuando a prendersi gioco di milioni di lavoratori, a farsi beffe della loro povertà, dei loro sogni, nutrendoli di odio e di un’ideologia violenta che rubava loro perfino l’anima: la fede in Dio. 

Nel 1956 i carri armati sovietici schiacciarono nel sangue il moto di libertà dell’Ungheria. Il Pci e l’Unità applaudirono i cingolati del tiranno e condannarono gli operai che chiedevano pane e libertà come “controrivoluzionari”, “teppisti” e “spregevoli provocatori”.

Napolitano – che era appena diventato membro del Comitato centrale del Pci per volere di Togliatti – mentre i cannoni sovietici sparavano fece questa solenne e memorabile dichiarazione: “L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo”.

Passano gli anni e Napolitano diventa uno dei leader più importanti del Pci, mentre l’Urss delle mummie di Breznev continua a soffocare la libertà dovunque, dalla Polonia alla Cecoslovacchia, dal Sud est asiatico all’Africa, all’Afghanistan.

Mio padre, che alla mia nascita era disoccupato per la chiusura delle miniere ed era passato a fare un altro lavoro operaio, dedicherà molte energie alla militanza politica (nella Dc contro il Pci), alla militanza sindacale e alle opere di solidarietà cattoliche, ma anche alla letteratura e alla pittura.

Da lui, negli anni Settanta, a 14 anni, ho imparato i fondamentali della politica. E quello che fa un uomo degno di questo nome. Scoppia il caso Solzenicyn e leggo un suo pamphlet “Vivere senza menzogna” e poi “Arcipelago Gulag”. Mio padre me lo indica come un uomo vero.

Al liceo che frequento, pieno di figli di papà di estrema sinistra, lo chiamano invece “fascista”. Per il Pci è un reazionario.  Napolitano sull’Unità definisce “aberranti” i giudizi politici del dissidente russo e spiega che esiliarlo era la “soluzione migliore”.

Di errore in errore il Pci di Napolitano continua a professarsi comunista fino a farsi crollare il Muro di Berlino in testa nel 1989. In un Paese normale quando quell’orrore  è sprofondato nella vergogna e il Pci ha dovuto frettolosamente cambiar nome e casacca, tutta la vecchia classe dirigente che aveva condiviso con Togliatti e Longo la complicità con Stalin e l’Urss, avrebbe dovuto scegliere la via dei giardinetti e della pensione. Anche per l’età ormai avanzata.

In Italia accade il contrario. Avendo sbagliato tutto, per tutta la sua vita politica, Napolitano diventa Presidente della Camera nel 1992, ministro dell’Interno con Prodi, senatore a vita nel 2005 grazie a Ciampi e nel 2006 addirittura Presidente della Repubblica italiana.

Mio padre muore nel 2007, in una casa modesta, a causa della miniera che gli ha riempito i polmoni di polvere di carbone che, a distanza di decenni, lo porta a non poter più respirare.

Mio padre fa parte di quegli uomini a cui si deve la nostra libertà e il nostro benessere, ma la loro morte – come scriveva Eliot – non viene segnalata dai giornali.

Gli onori invece vanno a coloro che vengono da quel comunismo che per anni ha minacciato la nostra libertà. Sono questo tipo di uomini a essere considerati autorità morali e padri della nazione.

L’Italia ha avuto il più forte e pericoloso Pc d’Occidente, che è stato una delle grandi sciagure della nostra storia. Ma ancora oggi sembra non si possa dire.

Napolitano è il primo Capo dello Stato proveniente dal Pci. E l’Italia è l’unico Paese dell’Occidente ad aver fatto una scelta simile. Del resto assai contrastata. Infatti fu eletto da metà parlamento, che rappresentava una minoranza degli italiani.

All’inizio sembrò tenerlo presente e guadagnò consenso tenendosi super partes. Oggi assai meno. Il protagonismo politico di Napolitano si fa sempre più evidente. E arrivano anche sermoni moraleggianti e richiami da padre della Patria.

Vorrei dirgli: no grazie, ce li risparmi. Abbiamo altri padri.

Antonio Socci