Archivio per giugno, 2010

30 giu

Sermoni fighettoni

Pubblicato da luciano

Per il “giornalista”  fighettone, radicalchic, “de sinistra”  e sempre al “passo coi tempi” la cultura appartiene esclusivamente ai cinematografi, alle ballerine, ai comici, ai cantautori.

Orrore! Vuotezza pederasta e sporcacciona, non si può dire.

30 giu

IPAZIA

Pubblicato da luciano

Scritto da Rino CAMMILLERI   
 

Sulla rete è partita una raccolta firme per far uscire in Italia il film del regista spagnolo Alejandro Amenabar Agorà, che la solita subdola censura ecclesiastica vorrebbe vietare agli italiani. Sì, perchè il film parla di Ipazia, la affascinante filosofa pagana di Alessandria uccisa dai cristiani per ordine del vescovo s. Cirillo nel 415.
I cercatori professionisti di scheletri nell’armadio cristiano ogni tanto tirano fuori l’episodio e, ovviamente, lo adattano al politicamente corretto corrente. Fino all’Illuminismo nessuno sapeva neanche chi fosse, questa Ipazia. Poi, il positivista John Toland nel 1720 e il solito Voltaire nel 1736 aprono le danze sulla progressista Ipazia vittima dell’oscurantismo clericale. Nel 1776 l’inglese Edward Gibbon consolida il mito nella sua celebre opera sulla caduta (per colpa del cristianesimo) dell’Impero romano. Nel secolo seguente tocca ai romantici: Ipazia è bellissima ed è l’ultima rappresentante del mondo antico (dipinto come un’arcadia tutta ninfe, zefiri, pastorelle e satiri) trucidata dal fanatismo papista. Naturalmente, nel Novecento, Ipazia, veterofemminista, diventa la preda della misoginia cattolica.
L’unica voce un po’ fuori coro è quella di Mario Luzi, che le dedica un dramma nel 1978. Adesso, il film (e il cinema, forma di arte totale, si imprime nelle menti con una forza che la parola scritta neanche si sogna): la scienza contro la religione, la tolleranza contro il fideismo.
E indovinate chi sono i buoni e chi i cattivi. Roba da Odifreddi. Dunque, rassegniamoci al solito minestrone politicamente corretto. E non contate su una cinematografia contraria perchè non esiste: Martinelli e il suo Barbarossa sono stati presentati come «leghisti» su tutti i media, così che il pubblico è rimasto a casa.
Coi nostri limitati mezzi, dunque, ecco la verità sul «caso Ipazia». Innanzitutto bellissima lo sarà stata, forse, da giovane, visto che nel 415 la filosofa aveva sui sessant’anni (in un’epoca in cui già a quaranta pochi avevano ancora denti in bocca). Il suo fu un omicidio politico e la religione non c’entrava affatto.
Ipazia, figlia di un filosofo – Teone – molto addentro nell’ermetismo e nell’orfismo, era una neoplatonica che teneva scuola ad Alessandria. Una scuola tra le tante, in quella capitale della cultura antica. La parola scuola, tuttavia, non tragga in inganno: si trattava di cenacoli per selezionati adepti. Di lei non è rimasta alcuna opera. Quel che si sa lo si deve ai suoi discepoli. Tra i quali c’erano parecchi cristiani. Uno di questi, Sinesio di Cirene, divenne addirittura vescovo.
Secondo il metodo platonico (derivato a sua volta da quello pitagorico) i discepoli apprendevano «misteri» che non dovevano essere divulgati, perchè non tutti erano in grado di comprendere. Ipazia non era affatto «pagana» nel senso di adoratrice di Giove, Giunone e Mercurio; anzi, come neoplatonica era più vicina al cristianesimo che al paganesimo.
Infatti, lodava virtù come la verginità (non si sposò mai) e la modestia nel vestire.
Ma, come i pitagorici e i platonici, sosteneva che i filosofi, essendo i più sapienti, dovevano occuparsi di politica, anche solo come consiglieri del principe. Infatti, ai suoi consigli ricorreva spesso il cristiano Oreste, prefetto di Alessandria.
Oreste, da buon funzionario bizantino, aveva la classica visione cesaropapista dei rapporti con l’autorità religiosa, mentre il patriarca Cirillo cercava di salvaguardare l’indipendenza della Chiesa rispetto al potere politico. Nel 414 il contrasto tra i due divenne plateale; Cirillo cercò un compromesso ma Oreste rimase fermo sulle sue posizioni.
Si formarono, al solito, due partiti (cosa normalissima nell’antichità; s. Ambrogio di Milano ne sapeva qualcosa). Tra i partigiani del patriarca, però, c’erano i cosiddetti parabolani, cristiani in odore di eresia per la loro ricerca fanatica del martirio: si consacravano con giuramento alla cura degli appestati, sperando in tal modo di morire per Cristo. Li chiamavano così in ricordo degli antichi gladiatori (aboliti da Teodosio) che affrontavano i leoni nel circo. Cirillo cercava di tenerli sotto il suo controllo ma la città era turbolenta: nel 361 un vescovo imposto da Costantinopoli, Giorgio di Cappadocia, era stato linciato; sette anni dopo la morte di Ipazia stessa sorte era toccata al nuovo prefetto; nel 457 venne ucciso a furor di popolo un altro vescovo di nomina imperiale, Proterio.
Fu in questo ambiente e in questo clima che la colpa dell’intransigenza di Oreste venne attribuita a Ipazia e ai suoi consigli. Si sparse la voce che i «misteri» della sua scuola riguardavano pratiche magiche e negromantiche. La donna venne assalita da un gruppo di esagitati mentre gli schiavi la portavano a passeggio in lettiga, tirata giù e trucidata. Oreste e Cirillo, messi di fronte al fatto compiuto (e impressionati dalla piega che aveva preso la loro disputa), si riconciliarono. Il prefetto lasciò Alessandria, forse per fare rapporto alla capitale; comunque, forse sostituito, non tornò più.
Un’altra cosa da chiarire: Cirillo non aveva niente contro il paganesimo, sia perché ormai minoritario e praticamente ininfluente, sia perchè la sua preoccupazione principale era costituita, semmai, dalle eresie cristiane, che a quel tempo spuntavano al ritmo di quasi una al giorno. Solo anni dopo, con l’avvento di Giuliano l’Apostata, prese la penna per contrastare il tentativo – tutto politico – dell’imperatore di ripristinare l’antica religione civile romana. Il neoplatonismo, col suo desiderio di attingere il divino tramite la filosofia e la pratica delle virtù, continuò ad avere Alessandria come suo centro fino all’invasione islamica. Tra l’altro, quest’ultima fu enormemente facilitata dall’astio accumulato dall’Africa romana contro Bisanzio, la sua gravosa tassazione (in parte giustificata dalle guerre quasi continue contro i persiani, i bulgari, gli avari e infine gli arabi) e la sua politica della mano pesante contro le eresie (che in quelle zone avevano sempre trovato terreno fertile).
Naturalmente, ai cantori del politicamente corretto (il quale, come abbiamo visto, varia di epoca in epoca) tutto questo non interessa.
Così, il mondo pagano viene immaginato (e rappresentato) come un’epoca d’oro di scienza e tolleranza, dove la gente viveva in armonia con la natura, un mondo che, ahimé, è stato distrutto dalle religioni monoteistiche, in particolare l’odiato cristianesimo. Quel mondo in realtà disperato in cui pochi campavano alle spalle di milioni di schiavi, sconvolto
continuamente da guerre scatenate dalla personale ambizione di uno, quel mondo che accolse con sollievo la religione dell’amore del prossimo e della dignità umana, non è mai esistito per gli intellettuali, gli artisti, i registi e gli scrittori che, fiutato dove tira il vento, si allineano supini al Potere del momento.
I milioni di martiri cristiani? Se la sono cercata e se la cercano. I cristiani sono cattivi perchè hanno ucciso Ipazia, così come gli statunitensi fanno schifo perchè hanno ammazzato Toro Seduto. In effetti, Hitler e Stalin erano battezzati, non si può negarlo.
Anche Robespierre. È strano che non siano stati ancora messi tra gli scheletri nell’armadio della Chiesa cattolica. Eh, il Papa dovrebbe chiedere scusa…

28 giu

LIBERATI DAL MAGNA MAGNA

Pubblicato da luciano

di Luciano Castaldi

Poteva mai una Comunità come Forio (oggi guidata da un “catto-rosapugnista”) che sta costruendo il porto dal 1900 (cioè da 110 anni)… che ha partorito aborti come la banchina di sottoflutto nel citato “costruendo” porto… (mentre l’antico molo borbonico si sbriciola…)… che sta abortendo il parcheggio interrato a Monterone… che ha impiegato 30 anni per far nascere l’aborto del Palasport…che ha dato vita ad altri obbrobri come i marciapiedi dell’ex Viale della Rimembranza (ovvero l’attuale Via Giovanni Castellaccio)… o del lungomare di Citara… che ha portato l’inquinamento luminoso nelle campagne e nei boschi e tiene al buio i vicoli del centro storico… che ha sfregiato la baia di S.Francesco… che se ne infischia del suo vero patrimonio artistico e culturale… che tiene chiuso (e circondato dalla munnezza) il Torrione e non fa nulla per recuperare le sue edicole votive (testimonianze di storia, fede e cultura)… che per dare una nuova sede agli uffici comunali spenderà 200mila euri annui per il fitto di un ex albergo sulla fatiscente ex “Marina”…

Poteva mai un Paese che ha scelto come simbolo la vuotezza sporcacciona e pederasta della Villa La Colombaia…

Poteva, mai un Paese così, evitare di ostacolare un progetto di grande levatura spirituale come quello del Vescovo Filippo sul convento di monache claustrali a Santa Maria al Monte?

No che non poteva.

Cara Forio, vuoi tornare bella, affascinante e ricca? Liberati dal magna magna. Soprattutto, difendi, conserva, prega (o, almeno, lascia che altri lo facciano per te).

MAGISTRATURA

Vorrei tanto che i giudici iniziassero a occuparsi anche delle mille ruberie quotidiane che si consumano lontano dai riflettori, nei così detti piccoli centri. Purtroppo, in Italia la Magistratura lascia impuniti il 93 per cento dei reati e si eccita solo quando si tratta di fare indagini che troveranno largo spazio sui giornali compiacenti.

28 giu

Cripte, sepolcri e attacchi dalla Chiesa. Se i magistrati copiano Dan Brown

Pubblicato da luciano

27 giugno 2010 :: Corriere della Sera

di Vittorio Messori

Dal Belgio, per la Chiesa cattolica, buone notizie. Buone? Forse sì, almeno in una prospettiva di Realpolitik. In effetti, anche chi può aver ragione passa, se esagera, dalla parte del torto. E, poi, vale pur sempre il detto, secondo il quale ne uccide più il ridicolo che la spada. Cominciamo dalla esagerazione — non sai se grottesca o ignobile — della magistratura belga, che invia una brigata di gendarmi per sequestrare l’intera Conferenza episcopale del Paese. Severi ufficiali confiscano tutti i telefoni dei prelati e impediscono ogni comunicazione con l’esterno. Per impedire che cosa? Che i vescovi telefonino in Vaticano, chiedendo un blitz liberatorio della Guardia Svizzera, reparto paracadutisti? O che avvertano qualche monsignore, intento a pratiche disdicevoli nel palazzo stesso, di ricomporsi subito e di congedare il partner minorenne, visto che in casa sono giunti i severi custodi della moralità laica? Che telefonino ai complici, nelle singole diocesi, di far sparire ogni traccia di esercizio sessualmente scorretto, dopo che ormai da anni in Belgio — e non solo lì — tutto è stato setacciato sia dalle autorità religiose che da quelle statali?

Da vaudeville anche il colonnello comandante dell’operazione che, davanti al passaporto diplomatico del Nunzio apostolico, presente all’adunata episcopale, si consulta con i superiori, questi con il ministro (virtuale, tra l’altro, da tempo il Belgio non ha più un governo). Alla fine, seppur con rammarico, il Nunzio è lasciato uscire, pare addirittura con telefonino. Astuto, e certo fruttuoso, anche l’intervento dei tecnici informatici per il prelevamento del disco fisso del computer dell’ex cardinale primate : molto probabile, in effetti, che l’anziano porporato tenesse proprio lì messaggi e foto compromettenti, magari scambi di affettuosità con giovanetti adescati su Facebook.

Ma il ridicolo più devastante, per i magistrati d’assalto belgi, lo si è raggiunto con le tombe dei due cardinali arcivescovi nella cripta della millenaria, splendida cattedrale di quella Malines, Mechelen in fiammingo, che per antico privilegio, è tuttora la metropoli religiosa del Paese. Non escludiamo che, oltre a Dan Brown, anche Umberto Eco possa prendere ispirazione dall’episodio per aggiungere un capitolo a una nuova edizione de Il pendolo di Foucault. Che, come si sa, è una beffarda presa in giro di personaggi come questi giudici, ossessionati da enigmi, misteri, codici segreti: sempre e solo cattolici, s’intende. Gli inquirenti, evidentemente già creduli di loro, sono cascati nello scherzo di un buontempone: «Andate nell’antica cattedrale, scendete nella oscura cripta, aprite i venerati sepolcri dei Porporati: lì troverete le pergamene che provano il complotto dei sacerdoti attuali, adepti di culti pederastici come già lo furono i loro predecessori, i Templari».

Tutti sanno, infatti, che il modo più rapido e sicuro per nascondere dossier compromettenti è convocare una squadra di operai, farli lavorare ore attorno a dei sarcofaghi artistici per staccare il pesantissimo coperchio in pietra senza troppo danneggiarlo, sollevarlo con apposite macchine e, prima di richiuderlo e risigillarlo, riempirlo con i documenti che attestano i riti osceni dei prelati. Il tutto di notte, ovviamente, visto che la cattedrale di Malines è tra le più frequentate non solo dai devoti ma anche dai turisti che potrebbero insospettirsi per il va e vieni di muratori e di mezzi. Ma che fare poi, di quegli operai? Si sa che gli egizi, terminato e chiuso l’accesso al labirinto che portava alla camera sepolcrale della piramide, procedevano allo sgozzamento rituale sul posto di tutti coloro che, avendoci lavorato, conoscevano il segreto. Ma è cosa che ricordiamo sottovoce, perché non vorremmo essere presi sul serio dai belgi, che potrebbero indagare per una possibile strage di muratori ordinata dal Primate.

In ogni caso, al di là di battute amare: quello degli abusi sessuali è un caso troppo grosso per essere lasciato a simili inquirenti. Il segretario di Stato ha fatto il suo dovere protestando, ma lasci stare confronti con bolscevichi russi e anarchici spagnoli, che erano terribilmente seri nella loro ferocia. Si potrebbe, invece, ricordare cose evidenti ma dimenticate da un Belgio che si vanta di essere uno dei Paesi più secolarizzati, dove l’emarginazione dei cattolici è ogni giorno crescente. Lo Stato nacque, nel 1830, per la libera unione di valloni e fiamminghi: parlavano lingue diverse, avevano tradizioni e storie diverse, ma erano uniti da un cattolicesimo solido e fervente. Dunque, non sopportavano la sottomissione al persecutorio calvinismo olandese. L’unione è durata sino a quando il Paese si è riconosciuto come cattolico: ora, quell’unico collante si è dissolto e il Belgio è ormai una finzione ingovernabile. Forse, anche simili operazioni confermano la confusione di uno Stato che da anni non riesce a esprimere neppure un governo ma, almeno nella intellighenzia, sembra unito soltanto dall’avversione anti-romana.

21 giu

Italia

Pubblicato da luciano

Il Tricolore languiva nelle canti­ne dell’oblio fino a quando qualcuno decise di denigrarlo e usarlo per scopi indegni e allo­ra riprese a sventolare nei no­stri cieli. Fratelli d’Italia era di­ventato un inno mimato solo nelle partite della Nazionale mentre i calciatori masticava­no i chewing gum, fino a quan­do qualcuno lo disprezzò e allo­ra si propose di cantarlo tutti, in ogni occasione ufficiale e perfino obbligatoriamente. Il Crocifisso calava giorno dopo giorno dai muri dei pubblici uffici, fino a quando qualcuno decise di offenderlo o addirittura di rimuoverlo per decreto. E allora si propose di difendere la sua pubblica affissione in casa e in Europa. Insomma, ci stavamo abituando a un’Italia incolore e multicolore, a un’Italia di figli unici e muti, senza fratelli e senza inno cantato, a un’Italia senza crocifisso; fino a che leghisti, filoislamici, atei e laicisti ci hanno stuzzicato a tal punto da resuscitare amor patrio e amor di Cristo. Quanti insospettabili patrioti e osservanti abbiamo scoperto per contrasto negli ultimi tempi. Io me li ricordo i patrioti di oggi cosa dicevano fino a poco tempo fa e con che aria di ironico compatimento, se non di acida disapprovazione, guardavano ai fautori dell’amor patrio. Dicevano che la patria era un’anticaglia nell’epoca della globalizzazione e dell’internazionalismo, che era il rifugio dei mascalzoni o il privilegio di lorsignori, che il patriottismo era una maschera del nazionalismo se non del fascismo; che era retrò, stucchevole, oleografico oggi che c’è l’Europa il richiamo all’unità nazionale. E me li ricordo i difensori odierni dei crocefissi che fino a qualche tempo prima pensavano naturale e moderno e liberale lasciar scolorire pian pianino quei segni di fede dalle aule pubbliche. Erano considerati da loro segni confessionali di un’Italia ormai superata e ancora clericale. Poi, improvvisamente, è bastato qualche accenno di nemico e tutti lì a suonare l’allarme per la patria in pericolo, per l’unità nazionale minacciata dagli atroci padani e per l’Italia cattolica minacciata dai feroci saladini e dagli atroci ateocrati di estrazione massonica, tecno-euro-burocratica. Dobbiamo dunque dir grazie a Bossi, Zaia e Calderoli, a qualche ayatollah del laicismo ateo o a qualche garante delle religioni altrui, se oggi si è riacceso qualche fuocherello per i simboli civili e religiosi della nostra tradizione. Siamo un Paese col motore a reazione, nel senso che abbiamo bisogno di reagire a qualcuno per riscoprire ciò che ci identifica e ci lega. Se ci minacciano una cosa a cui non tenevamo più, allora reagiamo e facciamo barricate per tutelarla come un bene prezioso; se nessuno ci minaccia siamo pronti a lasciarla languire e perfino morire. Prendete le commemorazioni per l’Unità d’Italia. Se non ci fosse stata qualche polemica leghista, sanfedista e papista e qualche sberleffo, chi si sarebbe occupato veramente delle sue celebrazioni? Se non avessero insultato o spernacchiato Garibaldi e i Savoia, ne avremmo parlato con un rinato, inatteso fervore? E se non avessero offeso, umiliato, la nostra religione, diffamando i papi, i vescovi e i preti sui temi del nazismo o della pedofilia, qualcuno avrebbe difeso Cristo, la Croce e la Chiesa? Non so quanto potranno durare e lasciar tracce in profondità, un amor patrio e cristiano così relativi, occasionali e precari. Ma capisco ormai una cosa: se vuoi ottenere una cosa in Italia devi eccitare il suo contrario. Se vuoi salvaguardare la poltrona a qualcuno devi dire che vogliono farlo fuori; e se vuoi impedire che qualcuno ottenga una poltrona lo devi dire in anticipo sui giornali per suscitare indignazione e veti incrociati: è quel che si chiama bruciare una candidatura. In un Paese di martiri presunti e di vittimisti veraci, per tenerti una cosa, una casa, un incarico, devi denunciare che stanno per togliertela: è capitato a tanti gay, immigrati, nomadi, ebrei, donne, che sono riusciti a salvarsi denunciando preventivamente una discriminazione ai loro danni. Sfratti, direzioni di istituti, incarichi di potere, premi sono stati bloccati in questo modo. Ma queste sono furbate, nel caso del tricolore, dell’inno e del crocifisso l’attacco c’era ma alla fine è stata una grazia. È quel che i filosofi chiamano eterogenesi dei fini, quando i risultati rovesciano le intenzioni. Oggi l’amor patrio è tenuto in vita da pochi leghisti, l’amor di Dio da pochi atei, l’amor della Chiesa da pochi anticlericali. Quanto potrà durare questo patriottismo per dispetto e per furbizia di marketing? Se il contrappasso è la legge invisibile del nostro Paese, aspetto con ansia che cessi la campagna contro i privilegi, i supercompensi, gli enti superflui; chissà che, finendo di denunciare gli abusi e gli sprechi, si cominci a tagliare sul serio. Se ami l’Italia prendila a botte.

Marcello Veneziani