Archivio per dicembre, 2009

30 dic

AUGUSTO DEL NOCE (Pistoia 11 agosto 1910- Roma 30 dicembre 1989).

Pubblicato da luciano

del noce due

(da Il Timone)

Nato a Pistoia nel 1910 e scomparso a Roma nel 1989, Augusto Del Noce si formò nell’ambiente culturale torinese, laureandosi nel 1932 con una tesi su Malebranche e aderendo all’antifascismo insieme ad altri esponenti della sinistra cristiana, come Felice Balbo, dalle posizioni del quale poi si distinse nettamente, soprattutto sulla base della convinzione dell’inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo, motivo che diventerà dominante nel pensiero delnociano.

Considerando la filosofia di Cartesio come il momento iniziale della modernità, Del Noce ritiene che da essa si sia originato un filone speculativo che giunge sino a Hegel, a Marx e a Nietzsche, ovvero all’esito ateo e nichilista che caratterizza molta parte della cultura contemporanea: il razionalismo, nato con Cartesio, ignora i limiti della ragione stessa, si autofonda e finisce con il negare la Trascendenza. L’ateismo — scrive a questo proposito Del Noce — “è il termine conclusivo a cui deve necessariamente pervenire il razionalismo al punto estremo della sua coerenza”; si tratta di un ateismo che, a differenza di quello ottocentesco, rende impossibile la fondazione di qualsiasi morale; in ultima analisi, siamo di fronte a una filosofia che si autodistrugge e che distrugge le basi stesse della vita umana. Del Noce dedicò le sue energie migliori a dimostrare che il percorso che aveva condotto la filosofia da Cartesio a Marx si dimostrava fallimentare e drammaticamente pericoloso, e che pertanto si rendeva necessaria una rifondazione del pensiero in senso teologico e, dunque, cristiano.

Il marxismo — sostiene Del Noce — rappresenta bene l’approdo ateo del pensiero moderno e contemporaneo: infatti, esso pretende di negare non soltanto l’esistenza di Dio, ma anche il desiderio di Trascendenza che abita nel cuore dell’uomo, e pretende altresì di sostituirsi alla religione promettendo di realizzare la felicità su questa terra mediante un radicale cambiamento della società. A partire da queste analisi, Del Noce considerò assolutamente impossibile l’incontro tra marxismo e cristianesimo, e negli anni in cui, al contrario, molti auspicavano questo incontro, ciò gli costò una netta emarginazione da parte degli intellettuali cosiddetti progressisti e gli conferì, quando non pochi scommettevano sul “cattocomunismo”, le caratteristiche del profeta inascoltato.

Tuttavia, secondo Del Noce, esiste un altro volto della filosofia moderna e un altro percorso seguito dal pensiero postcartesiano: è la linea che, detto in estrema sintesi, conduce a Rosmini e Gioberti, passando attraverso Malebranche e Vico; una linea che permette di recuperare positivamente il pensiero cattolico italiano dell’Ottocento, ingiustamente trascurato nella foga di cercare di realizzare un impossibile dialogo con le filosofie atee e materialiste, tra le quali, come si è visto, spicca il marxismo. Soltanto la ripresa di una genuino pensiero di ispirazione cattolica potrà fungere da antidoto contro la secolarizzazione che contraddistingue la società contemporanea e che, a giudizio di Del Noce, è figlia dell’innaturale connubio tra ateismo comunista e ideologia borghese, uniti nel combattere la verità della religione cristiana e votati a condurre l’umanità verso il baratro del nichilismo.

Le seguenti considerazioni, scritte da Del Noce nel settembre del 1975 sul quotidiano della Democrazia Cristiana, “Il Popolo”, sintetizzano bene alcuni tratti del suo pensiero e, rivelandosi davvero profetiche, mantengono pure un’indiscutibile attualità: “Nell’ultimo quarto di secolo si è svolto quel Kulturkampf, cioè quella lotta della cultura contro il pensiero cattolico che Gramsci auspicava… È stata la lotta maggiore che l’Italia abbia conosciuto. È riuscita? Parzialmente, certo: il cangiamento delle valutazioni morali nel costume, ecc. che si è avuto in questi venticinque anni, è eccezionale. Non dirò che sia stato sempre negativo e che certe incrostazioni non meritassero di cadere: tuttavia, bisogna pur riconoscere che non si è trattato di una purificazione dei pensiero e della morale cattolici, ma di una loro eversione. Pensare a un «aggiornamento» come a un’adeguazione al «nuovo» sarebbe una di quelle tante sciocchezze senza pari che conoscono oggi un’incontrollata circolazione.

Il successo però è stato soltanto parziale. Non si è formata una nuova coscienza marxista o illuminista o che altro dir si voglia, ma si è determinato soltanto un vuoto degli ideali. Se nella parte cattolica la confusione è oggi eccezionale, non si può però dire che le tendenze neomodernistiche, progressistiche, ecc., abbiano trionfato: si ha l’impressione, anzi, che stia cominciando il declino della loro fortuna. Ritorno ai principi: questa è la formula di ogni rinascita religiosa. Per un partito che, per aconfessionale che sia, è tuttavia composto per la massima parte da cattolici, non si può pensare a un risveglio politico che sia separabile da un risveglio religioso… Bisogna tuttavia ammettere che l’intensità dell’attacco ha fatto sì che questi principi si sono, nella coscienza comune, oscurati; abbiano, anzi, subito un oscuramento quale mai antecedentemente si era avuto.

Penso che possano essere ritrovati solo per via negativa; solo attraverso una critica rigorosamente razionale, dall’interno, delle posizioni avverse; una crltica, si intende, che riconosca la loro serietà. In primo luogo, per la sua impostazione, della cultura gramsciana”.

 

Ricorda

“Esistono due interpretazioni del nostro tempo che condizionano tutti i giudizi particolari, l’illuministico-massonica (nelle sue varietà) e la marxistica, entrambe false. Si tratta di uscire da questa ‘falsità condizionante’ ma i passi in questa direzione sono stati per ora assai scarsi. Gravissime soprattutto le colpe dei cattolici che dopo il ‘60 hanno pensato dl ‘aggiomarsi’ facendo proprie le tesi dell’una o dell’altra di queste linee. Col risultato di mettere nella difficoltà di credere”. (Augusto Del Noce, lettera a Rodolfo Quadrelli dell’8 gennaio 1984, in Litterae Communionis, feb 1994, p. 11).

 

Bibliografia

A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1990.

A. Del Noce, I cattolici e il progressismo, Leonardo Editore, Milano 1994.

A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, Milano 1978.

A. Del Noce, Il cattolico comunista, Rusconi, Milano 1981.

R. Buttiglione, Augusto Del Noce. Biografia di un pensiero, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1991.

27 dic

questo lunedì… in piazza!!!

Pubblicato da luciano

ci sarà anche RADIOTRECCIA alla NOTTE BIANCA DI FORIO…

VI ASPETTIAMO IN PIAZZA MATTEOTTI!!

 

 

fuochi-d-artificio

 

 

23 dic

BUON NATALE!

Pubblicato da luciano

20 dic

LA STALLA

Pubblicato da luciano

“Gesù è nato in una stalla.

Una stalla, una vera stalla, non è il lieto portico che i pittori cristiani hanno edificato al Figlio di David, quasi vergognosi che il loro Dio fosse giaciuto nella miseria e nel sudiciume. E non è neppure il presepio di gesso che la fantasia confettiera de’ figuranti ha immaginato nei tempi moderni; il presepio pulito e gentile, grazioso di colore, colla mangiatoia linda e ravviata, l’asinello estatico e il compunto bue e gli angeli sul tetto col festone svolazzante e i fantoccini  dei re coi manti e dei pastori coi cappucci, in ginocchio a’ due lati della tettoia. Codesto può essere il sogno dei novizi, il lusso dei curati, il balocco dei bambini, il <<vaticinato ostello>> d’Alessandro Manzoni, ma non è davvero la stalla di Gesù.

Una stalla, una stalla reale, è la casa delle bestie, la prigione delle bestie che lavorano per l’uomo. L’antica, la povera stalla dei paesi antichi, dei paesi poveri, del paese di Gesù, non è il loggiato con pilastri e capitelli, né la scuderia scientifica dei ricchi d’oggidì o la capannuccia delle vigilie di Natale. La stalla non è che quattro mura rozze, un lastricato sudicio, un tetto di travi e di lastre. La vera stalla è buia, sporca, puzzolente: non vi è di pulito che la mangiatoia, dove il padrone ammannisce fieno e biadumi.

I prati di primavera, freschi nelle serene mattine, ondanti al vento, soleggiati, umidi, odorosi, furon falciati: tagliate col ferro l’erbe verdi, l’alte foglie fini, recisi insieme i bei fiori aperti: bianchi, rossi, gialli, celesti. Tutto appassì, seccò, prese il colore pallido e unico del fieno.

I manzi trascinarono a casa la soglia morta del maggio e del giugno. 

Ora quell’erbe e quei fiori, quell’erbe fatte aride, quei fiori che sempre odorano, son lì nella mangiatoia per la fame degli schiavi dell’uomo. Gli animali l’abboccano adagio coi grandi labri neri e più tardi il prato fiorito torna alla luce, sullo strame che serve da letto, mutato in concio umido. Questa è la vera stalla dove Gesù fu partorito. Il luogo più lurido del mondo fu la prima stanza dell’unico puro tra i nati di donna. Il Figlio dell’Uomo, che doveva esser divorato dalle bestie che si chiamano uomini, ebbe come prima culla la mangiatoia dove i bruti digrumano i fiori miracolosi della primavera.

Non per caso Gesù nacque in una stalla. Il mondo non è forse un’immensa stalla dove gli uomini inghiottono e stercano? Le cose più belle, più pure, più divine non le cambiano forse, per infernale alchimia, in escrementi? Poi si sdraiano sui monti del letame e chiamano ciò <<godere la vita>>.

Sulla terra, porcile precario dove tutti gli abbellimenti e i profumi non possono nascondere lo stabbio, è apparso una notte Gesù partorito da una Vergine senza macchia, di nulla armato che di innocenza.

I primi che adorarono Gesù furono animali e non uomini.

Fra gli uomini cercava i semplici, tra i semplici i fanciulli – più semplici dei fanciulli, più mansueti, lo accolsero gli animali domestici. Benché umili, benché servi di esseri più deboli e feroci di loro, l’asino e il bove avevan visto inginocchiarsi dinanzi a loro le moltitudini. Il popolo di Gesù, il popolo santo che Jahvè aveva liberato dalla servitù dell’Egitto, il popolo che il Pastore aveva lasciato solo nel deserto per salire a colloquio coll’Eterno, aveva forzato Aronne a fargli un bove d’oro per adorarlo. L’asino era consacrato, in Grecia, ad Ares, a Dionisio, ad Apollo Iperboreo. L’asina di Balaam aveva salvato colle sue parole il profeta, più savia del savio; Ochos, re di Persia, pose un asino nel tempio di Fta e lo fece adorare.

Pochi anni prima che nascesse Cristo il suo futuro padrone, Ottaviano, scendendo verso la sua flotta, la vigilia della battaglia di Anzio, incontrò un asinaio col suo somaro. La bestia si chiamava Nicon, il Vittorioso, e dopo la battaglia l’imperatore fece inalzare un asino di bronzo nel tempio che ricordò la vittoria.

Re e popoli si erano fin allora inchinati a bovi e asini. Erano i re della terra, i popoli che predilegevano la materia. Ma Gesù non nasceva a regnar sulla terrà né ad amar la materia. Con lui finirà l’adorazione della bestia, la debolezza di Aronne, la superstizione di Augusto. I bruti di Gerusalemme l’uccideranno ma intanto quelli di Betlemme lo riscaldano coi loro fiati. Quando Gesù giungerà, per l’ultima Pasqua, alla città della morte, cavalcherà un asino. Ma egli è profeta più grande di Bataam, venuto a salvare tutti gli uomini e non gli ebrei soli, e non rivolterà dal suo cammino anche se tutti i muli di Gerusalemme raglieranno contro di lui”.

(GIOVANNI PAPINI)